La dieta mediterranea è ancora la migliore che abbiamo, ma non la seguiamo più

La dieta perfetta esiste già? A Terra Madre si parlerà seriamente di dieta mediterranea, che fa bene alla salute e al pianeta. Ma tra cibi ultraprocessati e nuovi stili di vita, la stiamo abbandonando.

La dieta mediterranea è ancora la migliore che abbiamo, ma non la seguiamo più

“La dieta ideale? Esiste già: è la dieta mediterranea. Ed è la migliore non solo per la salute dell’uomo ma anche per quella del pianeta”. Può sembrare una banalità, un’affermazione che ci siamo detti e stradetti negli ultimi decenni, però se viene da uno scienziato che ha fatto di questi argomenti la propria ragione di vita, ed è supportata da studi ed espressa in un contesto dove si cerca la soluzione impossibile che salvi il benessere fisico umano e la sostenibilità ambientale del mondo, la cosa assume tutto un altro valore.

A parlare infatti è Luca Monge, diabetologo e nutrizionista, membro di spicco dell’AMD (Associazione medici diabetologi) che collabora da anni con Slow Food per promuovere corretti comportamenti alimentari. Il contesto è quello di un incontro nell’ambito di Terra Madre, il 24 settembre 2026 alle 10 a Torino, intitolato appunto Esiste ancora la dieta mediterranea?, in cui AMD e Università di scienze gastronomiche di Pollenzo discuteranno della dieta migliore non solo dal punto di vista della salute ma anche della sostenibilità. Abbiamo quindi sentito il dottor Monge su questi temi, per vederci un po’ più chiaro tra miti ed effettive realtà. Scoprendo prospettive drammatiche ma anche un filo di speranza.

Come è stata “scoperta” la dieta mediterranea

olive; dieta mediterranea

Innanzitutto chiariamoci: di cosa parliamo precisamente quando parliamo di dieta mediterranea? Al di là dell’origine mitica storica o geografica, intendo: io sono originario del Cilento, la terra in cui Ancel Keys ha ritrovato il cuore di quella che lui stesso battezzò nel secondo dopoguerra “dieta mediterranea”. Ma girando appunto un po’ il mediterraneo, da Creta alla Grecia al medioriente, ogni tanto ci si imbatte in qualche posto che si vanta di  essere la culla questa dieta. Allora qua non vogliamo certo stabilire chi ha ragione, però è interessante come premessa capirci su cosa intendiamo per dieta mediterranea.

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Sì, innanzitutto dobbiamo tener presente che non esiste una sola dieta mediterranea: il precursore di quella individuata da Keys è probabilmente la dieta cretese. Poi certo vai in Grecia e ti dicono l’abbiamo inventata noi, a sua volta a Creta ci tengono a sottolineare che cretese e greco sono due cose diverse… Quindi insomma ci sono numerose varianti, che però sono riconducibili a un modello generale, che ha dei tratti in comune:

  • l’olio come grasso principale, infatti la dieta mediterranea nasce in quella che è la fascia di coltivazione dell’olivo. Grasso insaturo, che per di più contiene antiossidanti, polifenoli, insomma una vera benedizione.
  • Altri grassi, che poi sappiamo sono stati in passato demonizzati in maniera eccessiva e ingiusta: i semi oleosi come mandorle, noci, pistacchi.
  • Il pesce come proteina animale prevalente, sicuramente molto più usato della carne; e questa poca carne è più bianca che rossa.
  • In generale una cucina che ha il vegetale al centro: verdure, frutta, legumi, cereali integrali.

Questa però è solo una parte del quadro, quella più strettamente nutrizionale: ma qui non si tratta solo di sostanze. Per esempio le linee guida dell’Istituto superiore di sanità si concentrano sugli aspetti nutrizionali, ma è importante anche lo stile di vita, il contesto: il fatto che siano prodotti provenienti dal territorio, che ci sia al centro la stagionalità, che l’alimentazione sia affiancata da attività fisica, e infine che sia una cucina che si consuma a tavola, cioè l’aspetto della convivialità.

I pregi (e i difetti) della dieta mediterranea

dieta mediterranea

Bene, allora entriamo nel vivo: che la dieta mediterranea faccia bene alla salute è certo. Ma è anche sostenibile per il pianeta?

Gli studi sui benefici per la salute sono ormai storici e accertati: -30% di probabilità di malattie cardiovascolari come infarti e ictus, -40% di probabilità di diabete. E infatti la dieta mediterranea è citata ovunque: anche le linee guida della sanità USA, a parte le ultime che sono state criticate, fanno sempre riferimento alla dieta mediterranea come punto di partenza. Ma dobbiamo fare un passo avanti, e dobbiamo chiederci: è un modello globalizzabile? È un modello sostenibile? Ora, facendo confronti con tutte le altre diete, la mediterranea stravince con qualunque, perdendo qualche punto solo con la dieta vegetariana, più “risparmiosa” per l’ambiente dato che emette un po’ meno gas serra e consuma meno suolo.

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Ma la dieta mediterranea ha anche dei difetti: un alto costo idrico, essendo basata su frutta e verdura; certo ci sono vegetali che hanno bisogno di poca acqua, come cereali, legumi, fichi, ma uno non è che può passare la vita a mangiare orzo ceci e fichi. E poi la prevalenza del pesce: sappiamo che già nelle condizioni attuali il consumo di pesce manda il settore in sofferenza, a meno che non si ricorra all’acquacoltura che poi scatena tutta un’altra serie di problemi, dagli antibiotici all’inquinamento. È possibile aumentare ancora la quota di pesce?

Altro problema: oltre a chiederci se è esportabile, dovremmo forse anche chiederci se questo modello è importabile, o meglio re-importabile. Sempre dalla mia esperienza diretta in Cilento, negli ultimi anni ho notato nelle giovani generazioni un evidente tendenza all’obesità: benedetto il benessere economico e vivaddio non c’è più nessuno che soffre la fame come ancora cent’anni fa, a memoria di mio padre. E però qualcosa per strada ci siamo persi.

Sì certo, non è solo un’impressione empirica ma ci sono evidenze scientifiche: è stato realizzato uno studio su 1600 adulti italiani, e i soggetti sono stati divisi in tre gruppi a seconda di quanto l’alimentazione dichiarata (si trattava di un questionario) fosse aderente alla dieta mediterranea. ebbene, è venuto fuori che persino nel gruppo dei più virtuosi, quelli che stanno attenti costantemente a cosa mangiano, quelli come me diciamo, comunque consumavano un 15% di cibi ultraprocessati (al di la di cosa intendiamo con il termine “ultraprocessato”). Questo non per biasimare le persone, ma perché è il mondo in cui viviamo, è la vita a spingerci verso determinati comportamenti: perché spesso si ha tempo solo per fare la spesa al supermercato e non in posti più sani, perché a volte non si ha tempo di preparare e quindi si comprano cibi già mezzi pronti come il pane in cassetta o lo yogurt con la frutta già aggiunta dentro… Il problema non sta nella dieta mediterranea, ma nel mondo.

Alternative ce ne sono? Se ne parlerà nell’incontro?

Sì, si  parlerà di questa Planetary health diet (PHD), creata da un gruppo di dietologi internazionali sotto l’acronimo EAT, e resa pubblica per la prima volta nel 2019 con uno studio pubblicato su Lancet. È una dieta elaborata a tavolino, partendo dalla base della mediterranea e da altre, che si pone come obiettivo non solo la salute umana ma quella del pianeta. Secondo loro è più sostenibile e più globalizzabile.

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Le differenze principali sono: ridotto di molto il pesce rispetto alla mediterranea, ridotta ulteriormente la già poca carne, proteine soprattutto vegetali.

Ma noi sosteniamo, e chiuderemo l’incontro sottolineandolo, che la dieta mediterranea già di per sé andrebbe benissimo, adattandola alle inevitabili varianti della vita contemporanea, cioè per esempio pagando il prezzo di qualche cibo ultraprocessato. Ma appunto, la soluzione c’è già.

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