Terra Madre 2026 ha un messaggio chiarissimo: la biodiversità può salvarci

Terra Madre 2026 riparte dalla biodiversità e dall’eredità di Carlin Petrini. Da Mattarella a Slow Food, un messaggio attraversa Torino: difendere la diversità significa proteggere il cibo, le comunità e il nostro futuro.

Terra Madre 2026 ha un messaggio chiarissimo: la biodiversità può salvarci

La biodiversità: valore universale, àncora di salvezza per la sopravvivenza del pianeta, eppure ancora oggi concetto sottovalutato e bisognoso di essere difeso, promosso. Terra Madre – Salone del Gusto 2026, in questi giorni a Torino, ha messo la biodiversità al centro della manifestazione, anzi proprio nel titolo: “Biodiversity – Be diversity”. E sul concetto si sono ovviamente soffermati molti interventi nella cerimonia inaugurale, da quello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a quelli dei vari rappresentanti di Slow food da tutto il mondo.

Altro leitmotiv – strettamente collegato – è stato il ricordo di Carlo Petrini, fondatore di Slow food e ideatore del Salone del Gusto che poi sarebbe diventato Terra Madre, una rete estesa all’intero globo, per tradurre in pratica gli ideali. Che cosa significa oggi biodiversità, in quanti modi si può intendere questa idea, e a cosa può servire?

La biodiversità come resistenza

agricoltura semina

È stato proprio Mattarella a fare il discorso di più ampio respiro, partendo dalla diversità della natura per finire a quella della cultura, partendo dalla biologia per passare alla politica:

“La biodiversità: il gigantesco patrimonio che protegge la salute umana, connota l’ambiente e la nostra vita. La molteplicità genetica ha permesso al genere umano di svilupparsi nei millenni. Senza responsabilità, senza cura di questa ricchezza, l’uomo può comprimerla fino a distruggerla, e a distruggersi. È una responsabilità per la quale si deve operare sia dalla base, attraverso la partecipazione popolare, sia dal vertice delle istituzioni, nazionali e sovranazionali.

La biodiversità ha bisogno di politiche nazionali e sovranazionali che sappiano attribuire a questa dimensione, a questa condizione, il giusto valore. La biodiversità è anche una grande questione culturale e sociale, che riguarda le persone e l’habitat in cui vivono.”

Il Presidente della Repubblica ha finito poi ricordando come la biodiversità sia stata da qualche anno inserita nella Costituzione italiana, all’interno dei principi fondamentali, e ha citato Papa Francesco con l’Enciclica Laudato Si’: “l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme” e “non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale”.

Terra Madre 2026 sarà come lo ha voluto Carlin Petrini, per le strade di Torino Terra Madre 2026 sarà come lo ha voluto Carlin Petrini, per le strade di Torino

La presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini si è rivolta direttamente ai protagonisti di Terra Madre, i coltivatori di tutto il mondo, richiamando il titolo della manifestazione:

“Siate e coltivate la diversità: perché significa credere in un’altra idea di mondo, un mondo nel quale il cibo buono pulito e giusto, è diritto di tutte e tutti. Nel quale l’acqua, la terra, l’aria, le piante e gli animali, cioè le basi biologiche della vita, sono sacre e come tali rispettate. E questo, se per sopravvivere avete bisogno di nutrirvi, vi riguarda.

Siate e coltivate diversità: vi condurrà a costruire dove c’è distruzione, ristabilire equilibrio dove c’è iniquità, portare il bello e il buono dove c’è bruttura, ravviverà la vostra fame di giustizia. E di pace.”

Edward Mukiibi, Presidente di Slow Food internazionale, il primo dopo Carlo Petrini, ha messo l’accento sull’aspetto rivoluzionario del cibo, e della biodiversità:

“Siamo qui per rifiutare la fame, l’ingiustizia, i nazionalismi, la guerra e la distruzione della biodiversità. Siamo qui per affermare una visione diversa. Una visione fondata sulle comunità, sulla solidarietà e sulla cura della Terra.

E soprattutto siamo qui perché crediamo che il cibo possa essere una forza di trasformazione. Il cambiamento richiede fiducia e unità. Fiducia nelle nostre comunità. Unità oltre i confini. La consapevolezza che piccole azioni, moltiplicate per milioni di persone, possano trasformare il mondo.

E quando le generazioni future ci chiederanno che cosa abbiamo fatto in questo momento di crisi, la nostra risposta sia semplice:

Abbiamo scelto la vita invece dell’indifferenza.
Abbiamo scelto la cooperazione invece della divisione.
Abbiamo scelto la biodiversità invece dell’uniformità.
Abbiamo scelto la pace invece del conflitto.”

Ireri Elisa Origel Rodriguez, delegata Slow Food dal Messico in rappresentanza del continente americano, è partita dalla propria esperienza per arrivare a inquadrare la biodiversità come un sistema:

“Sono cresciuta in una città industriale, profondamente urbana, dove era naturale comprare il cibo al supermercato. La campagna era lontana dalla nostra vita quotidiana. Il mio avvicinamento all’agricoltura è iniziato con qualcosa di molto piccolo: un albero di fico piantato da mia madre nella nostra casa di famiglia. Poi è arrivato un orto urbano. Ho compreso che dietro ogni pasto ci sono un territorio, semi, acqua, biodiversità, conoscenze, lavoro e cura. Ho capito anche che nessuno nutre il mondo da solo. Dipendiamo dagli altri. Dipendiamo dalla terra. Dall’acqua. Dai semi. Dagli impollinatori. Dai cicli della natura. Siamo parte di un ecosistema di relazioni.” 

La biodiversità come pratica

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Ma la biodiversità non è solo astrazioni, belle parole con cui volare alto: è anche pratica. È venuto fuori in altri interventi, come quello di Yuliia Pitenko, Ucraina, per Slow Food Europa:

“Quando è iniziata l’invasione su larga scala dell’Ucraina, molti agricoltori sono rimasti il più a lungo possibile nelle loro terre, perché un agricoltore non può semplicemente andarsene: ci sono animali da nutrire e campi di cui prendersi cura. Ma la guerra è continuata e, nella regione di Zaporižžja, alcuni allevatori sotto le bombe sono stati costretti a vendere le vacche della razza locale Red Steppe, inserita nell’Arca del Gusto. Gli animali erano destinati al macello e rischiavamo di perdere una parte della biodiversità alimentare ucraina.

Allora Polina Zhovtiak, allevatrice della regione di Dnipro, ha chiesto aiuto alla nostra comunità Slow Food. Un piccolo gruppo di noi ha raccolto fondi personali per acquistare gli animali e affidarli a Polina. Oggi Polina si prende cura di circa sessanta vacche nella sua Slow Food Farm, non lontano dalla linea del fronte.”

E per aiutarla è nato il progetto Adopt a Cow. Le persone sostengono economicamente l’azienda e ricevono in cambio i suoi prodotti.

Mohamed Abdikadir Somo, dalla Somalia per tutta l’Africa, ha raccontato il progetto Slow Food Mille Orti in Africa, che si è trasformato in Diecimila Orti in tutto il continente.

“In molti Paesi, giovani e donne hanno trasformato gli orti in centri di apprendimento, biodiversità, dignità e speranza. In tutta l’Africa abbiamo imparato che il cibo può riunire comunità divise attorno alla stessa tavola. Un orto può offrire ai giovani competenze e motivazioni per costruire il proprio futuro a casa. Quando gli shock climatici distruggono i mezzi di sostentamento, l’agroecologia e la biodiversità possono aiutare le comunità a riprendersi.”

E Xu Kung-Lien, Taiwan per Slow Food Asia-Pacifico:

“Lo scorso settembre una grave alluvione ha colpito la nostra comunità indigena di Hualien. Non siamo rimasti a guardare. La comunità si è immediatamente unita per rimuovere il fango, condividere i pasti e ripristinare il territorio.

E questo spirito di cura è presente in tutta l’Asia. In India, dall’Himachal Pradesh al Karnataka, gruppi di donne collaborano per documentare la biodiversità locale e prendersi cura dei loro ecosistemi. E osservate come la condivisione stia unendo l’Asia-Pacifico. In Arabia Saudita, le comunità hanno censito oltre 196 prodotti tradizionali per l’Arca del Gusto in appena tre anni, salvaguardando così la propria cultura alimentare.”

L’eredità di Carlin Petrini

Carlo PetriniSlow Food © Marcello Marengo

Ma questa è anche la prima edizione di Terra Madre senza il padre di tutto questo (e di molto altro), quella che raccoglie l’eredità di Carlin Petrini.

È stato ancora Mattarella che dopo avergli espresso un pensiero di riconoscenza “molto grande da parte della Repubblica”, ha sottolineato il senso culturale e politico della biodiversità e di tutto il lavoro del fondatore di Slow Food:

“Il contributo di Petrini è stato in questi ambiti originale e di grande spessore, legando la tutela della biodiversità genetica con il rispetto delle diverse culture delle popolazioni, cioè delle differenze, facendoci conoscere persone e realtà lontane. La biodiversità, ripeteva Petrini, è ricerca, è incontro; è cultura di solidarietà e di pace, come è stato poc’anzi ricordato.”

Mukibi ha ricordato la prima volta che l’ha incontrato.

“Nel 2008 arrivai a Terra Madre come delegato dell’Uganda. Ero un giovane agricoltore, desideroso di imparare, curioso di conoscere il mondo e determinato a difendere la biodiversità nella mia comunità.

Carlo aveva un dono raro: sapeva far sentire una persona proveniente da una piccola comunità rurale come se la sua voce fosse importante nel plasmare il futuro del mondo. Ascoltava prima di parlare. Faceva sentire le persone viste e riconosciute. E ci ha insegnato che ogni comunità, per quanto piccola o remota, custodisce conoscenze che il mondo non può permettersi di perdere. Come Carlo ci ricordava spesso: chi semina utopia raccoglie realtà.”

Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte ha sottolineato che “gli ideali di Carlin Petrini sono ben vivi, sono immersi in ciascuno di noi e non ci fanno mai dimenticare la grandezza di quest’uomo. Oggi basta accendere qualsiasi canale televisivo, si parla di cibo, si parla di sostenibilità… Carlin ne parlava quarant’anni fa. I suoi messaggi erano talmente forti e potenti che senza i social, senza internet, viaggiavano da Bra, alla Nuova Zelanda, al Sudamerica.”

Stefano Lo Russo, Sindaco della Città di Torino, ha voluto ricordare “due qualità che hanno segnato il suo percorso e quello di Slow Food: la capacità di farsi capire, parlando con semplicità anche quando affrontava temi complessi, e la capacità di far incontrare persone lontane, di farle sentire parte di una stessa comunità. Carlin ci ha insegnato che un’idea può nascere in un luogo preciso, mettere radici e poi parlare al mondo. Terra Madre è la prova vivente di quella visione.”

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