Il barbecue è un mondo fatto di scoperte. Una volta individuati i risvolti della cottura sul fuoco il primo impatto è folgorante, al punto da sottoporre l’aspirante pit master (l’uomo del barbecue) all’inevitabile quesito: “ma cosa facevo finora, dormivo?”.
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Mi spiego con un esempio. Avete comprato per una vita la solita costina di maiale, e all’improvviso vi trovate davanti alla gemella in versione maggiorata, quella di manzo (beef rib in inglese), gigantesca, fumante e succulenta.
Tirare fuori il meglio da quel divino pezzo di ciccia è la massima aspirazione di ogni appassionato, non per niente l’abbiamo messa al centro di questo nuovo episodio della serie “La rivincita dei nerd”, come d’abitudine diviso in due parti: oggi la guida e domani la ricetta.
Costine di manzo (o beef ribs)? Sì ma quali?
Focalizziamo anzitutto l’attenzione sul risultato: ciò che vogliamo ottenere è una crosta spessa, pepata e sapida (in gergo bark), in puro stile texano; la carne delle nostre beef ribs dev’essere così tenera da lasciare l’osso completamente pulito.
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Se sottoposta a leggera pressione lascerà fuoriuscire i succhi, rilasciando un complesso aroma di affumicato (smokey flavour).
Manzo? Quale manzo?
Ogni esemplare di manzo ha 13 paia di costole, dalle quali è possibile ricavare innumerevoli tagli, diversi peraltro da nazione a nazione.
Il problema di fondo è proprio questo: nella gran parte delle macellerie è possibile chiedere del biancostato, il taglio che corrisponde di più alla reale definizione tra quelli in vendita nel nostro Paese, dove lavorazione ostica, classificazione in terza scelta e destino in una pentola d’acqua, assicurano ben poca attenzione a un meraviglioso pezzo di carne.
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Per consuetudine, poi, il manzo italiano ha una carne troppo magra per essere destinata alle preparazioni dell’American Barbecue, dove la presenza di una cospicua infiltrazione di grasso (marezzatura) non è solo etica ma tecnicamente fondamentale per conservare la succosità durante la cottura.
Non disperiamo però, le eccezioni si trovano eccome, basta cercarle bene.
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Conoscendo la fisionomia dell’animale oltre a un macellaio aperto e flessibile, è possibile chiedere il taglio specifico: ciò che ci interessa sono le cosiddette spare ribs (conosciute anche come Texas ribs o back ribs) e le short ribs.
Le spare ribs sono le costole ricavate partendo dalla spina dorsale dell’animale, presentano la carne su entrambi i lati dell’osso e sono molto tenere, ma non prive di difetti.
Solitamente sono più costose e, essendo ricavate dalla stessa porzione di carne da cui si tagliano le costate senza osso (rib-eye), il macellaio lascia pochissima carne attaccata.
Le short ribs sono più carnose, presentano la carne totalmente al di sopra dell’osso e vengono ricavate dalla sezione di due tagli: punta di petto o reale. Sono molto più saporite del primo taglio e solitamente si trovano a un prezzo inferiore.
L’aroma di affumicato
Comprendere a pieno la complessità del profilo aromatico americano è in assoluto la cosa più difficile per chi si approccia al mondo del barbecue, spesso banalizzato e considerato privo di sentimento.
Semplicemente, affumicare giganteschi tagli di carne non è nelle nostre corde, il che rende difficile anche il dosaggio e l’apprezzamento finale.
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Adoperando la tecnica corretta, il sapore infuso alla carne appaga il gusto come se fosse un ingrediente vero e proprio. Per assurdo, sarebbe come fare una aglio&olio senza peperoncino, buona lo stesso, ma alla quale manca un ingrediente.
La scelta dell’essenza con cui affumicare e il corretto dosaggio sono fondamentali. L’abuso causato dall’eccesso di legna o dai tempi di fumo troppo lunghi porta a risultati da evitare: un gusto acre e coprente, al pari di un posacenere bagnato.
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Il consiglio, per noi meno avvezzi alla pratica, è puntare sul ciliegio o sulla quercia, il primo dolciastro, fruttato, profumato, il secondo più deciso ma equilibrato e uniforme.
Miscela di spezie (o Rub)? Sì, ma quale Rub?
Vi state già immaginando mentre addentate quella crosticina spessa e saporita, in grado di spararvi le papille gustative letteralmente fuori dalle orbite?
Il cosiddetto bark (corteccia), altro non è che la crosta scura, quasi cristallina, che si forma sulla superficie della carne; è una complessa metamorfosi che avviene tra spezie, fumo e carne. Richiede tempo e particolari condizioni di umidità, senza le quali non è possibile ottenerlo.
Quel particolare insieme di spezie (rub) è una di quelle cose che, insieme al fumo e alla salsa barbecue, rappresenta la firma dell’appassionato.
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In questo caso, una buona pratica è restare ancorati alla via texana o argentina che punta a valorizzare al massimo la carne, utilizzando prevalentemente sale e pepe nero macinato al momento, aiutandosi con un velo di olio extra vergine per far aderire il rub.
Gli ingredienti previsti e facoltativi della filosofia texana sono aglio e cipolla in polvere, che contenendo grandi quantità di glutammato monosodico sono naturali esaltatori di sapidità.
È importante non lesinare sul rub (senza ovviamente esagerare), proprio per favorire la disidratazione superficiale e permettere la formazione di quel bark tanto amato.
Cottura e dispositivo
Nel barbecue americano le cotture vengono svolte in genere nei cosiddetti affumicatori (smoker); ne esistono di ogni tipo e forma, dai classici offset orizzontali, ai bullet verticali, ai cabinet o ai barrel, alimentati a carbone o a pellet.
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Di base il funzionamento è lo stesso: il combustibile viene messo in un braciere e grazie ad alcune configurazioni (tipicamente delle ventole) è possibile regolare il flusso di ossigeno in modo da stabilizzare il dispositivo su una certa temperatura per tempi più o meno lunghi.
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Immettere differenti qualità di legno produce un fumo aromatico che investe le pietanze arricchendone il profilo gustativo.
Una simile cottura può essere replicata anche in dispositivi più piccoli, come kettle o kamado, a patto di avere un ambiente chiuso (e quindi, di fatto, un coperchio) in modo da sfruttare i moti convettivi del calore per una cottura uniforme.
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Se non disponete di nessuno strumento per l’affumicatura non demordete, potete sempre rivolgervi al caro, vecchio forno di casa. Certo, al risultato finale mancherà un ingrediente, ma è una buona alternativa per godere di ciccia succulenta e morbida.
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Per quanto riguarda le modalità di cottura, esistono varie scuole di pensiero, tutte valide e adatte allo scopo.
La differenza per lo più riguarda la stabilizzazione del dispositivo a una temperatura più o meno alta: chi sceglie di restare sul tradizionale Low&Slow a 225 °F (107 °C) per ottenere una maggior succulenza, e chi invece mantiene una temperatura più elevata di 275 °F (135 °C) puntando sulla complessità aromatica della crosta superficiale, infine chi si stanzia in una via di mezzo a 250 °F (121 °C).
Un mondo a parte è rappresentato dallo stile Hot&Fast: frequente in America, prevede la stabilizzazione dei dispositivi a temperature più elevate della norma (tra i 275 e i 350 °F, ovvero tra i 135 e i 175 °C), per garantire una reazione di Maillard efficace e rapida (la formazione della crosticina), un gusto più intenso, adottando una particolare tecnica per conservare la succosità interna.
Ora che avete i termini di paragone, la decisione spetta a voi.
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Appuntamento quindi a domani per l’episodio de “La rivincita dei nerd”, dove troverete la ricetta per le ribs fatte da voi, a prova di secchione.
P.S. L’impiego dei gradi Fahrenheit come unità di misura non vuole essere un esercizio di stile; semplicemente, trattandosi di una scala più larga, permette una maggior precisione a chiunque disponga di un termometro da cucina per misurare la temperatura.
[Crediti foto | BBQ4All, Braciami Ancora]