di Nunzia Clemente 9 Ottobre 2015
frutta ottobre

Avanti frutta, alla riscossa. Chi l’ha detto che i bei colori ci sono solo durante l’estate? Bacchettate sulle manine, ingordi. E’ ottobre, l’abbiamo capito: abbiamo lasciato pantaloni corti per fare spazio ai k-way, quella che era solo un’impressione di settembre ora è una piovosa realtà. Ciao ciao vacanze. Abbiamo abbandonato tutta la frutta idrofaga: angurie, pesche, percoche (e qui entra in gioco l’amata percoca giallona di Siano, con relativa sagra della percoca nel vino).

Il mio frigo è entrato nella fase relazione complicata con sé stesso: si è un attimo arrestato, ha rimurginato, e ha pensato che ora deve inevitabilmente cambiare il suo termometro per accogliere degnamente il mio carico di frutta ottobrina. Bene, veniamo al dunque: come lo riempiamo questo frigo, a ottobre, per evitare che pianga, e per evitare a noi stessi di ingozzarci di zuccheri altrimenti difficili da assimilare?

La natura (qualcun altro direbbe, il mercato), manco a dirlo, ci vuole bene: nella sua lunga e fulgida carriera di madre di tutti noi, ha partorito una serie di frutti che ci rimandano con la mente già ai mesi successivi di magra e terra bruciata dal freddo. E il concetto di frutta si allarga a dismisura: dalle consuete mele alle boscaiole castagne, abbiamo un ventaglio di scelte niente male. Nemmeno a livello di gusto.

Il discorso su quanto sia affidabile o meno questa frutta, causa livello di pesticidi ed ormoni, vien da sé. Così come vien da sé che un frutto, acquistato nel suo periodo di maturazione, ha certamente avuto meno bombe chimiche che una fragola a gennaio. Meglio affidarci alla filiera del supermercato, oppure avventurarci in elegantissime e demodè avventure per mercatini, sfidando il richiamo al pesticida di turno?

Bon, disquisizioni chimico-organiche a parte, ecco la nostra sporta di frutta per ottobre. E cerchiamo di capire dove acquistarla, quando acquistarla. Addentiamo e dimentichiamo il disagio.

Cachi (‘a legnasanta)

cachi

Siamo tra amici, possiamo dirlo: il nome italiano è poco eufonico. L’eufomismo La mela d’Oriente, beh, onestamente m’appare troppo lungo. E qui ci viene in soccorso il popolo napoletano: ‘a legnasanta.

Spiegazione molto semplice, alla napoletana: spaccando il nocciolo, i nostri avi hanno interpretato la disposizione dei semi come un Cristo in croce. Parabola biblica a parte, la legnasanta in greco ha un altro bel nome: Dyospiros, frutto degli dei. A ben ragione, mi viene da commentare.

Dalle proprietà nutritive decisamente alte (per 100 gr ha un valore calorico abbastanza alto, 65 kcal), è considerato, alla stregua dei fichi, un vero e proprio dessert. Sulle tavole dei campani è di tradizione il Loto Vaniglia (sì, ancora un altro nome, questo frutto ha disturbi di personalità seri), da mangiare col cucchiaino a causa della polpa altamente zuccherina, maturo intorno al periodo d’Ognissanti.

Viceversa, se avete la sfortuna della legnasanta non matura, vi ritroverete con in bocca una sensazione astringente (allappante, direbbero i miei compaesani): tutto grazie ai tannini presenti nel frutto. Gli stessi tannini presenti nel vino, ed entrambi vanno sfumando con la maturazione degli stessi, trasformandosi in golosissimi zuccheri.

Normalmente, me ne rifornisco al mercatino rionale, ma i loti vanigliati vanno forte anche nei supermercati. Attenti, però, i tannini sono dietro l’angolo.

Uva

Uva

Ma sì, a girare bene della buona uva si trova ancora. Io non faccio testo: minuscole autoproduzioni di famiglia che bastano a sopperire il nostro fabbrisogno uvesco, quindi per me la nostra è quella più bella e più buona.

Da qualunque lato si prenda questa pigna, reputo l’uva uno dei frutti più erotici in assoluto ma anche uno di quelli di cui mi privo, in una sorta di frigidità alimentare data dal ma l’uva ha troppi zuccheri (sic!).

Uva fragola, se ne dovrebbe mangiare qualche chicco e non una pigna intera. Ottima anche per conserve di frutta un po’ fantasiose e decisamente da Festival del Glucosio, farciture di crostate, decorazioni.

Pere

Pere

Un frutto che discrimino un po’, ma che troviamo ancora nei supermercati e mercatini rionali settimanali in questa manciata di giorni ottobrini.

Secondo me rende il meglio di se stessa con gli abbinamenti (quello più famoso lo sappiamo tutti), ma anche cheesecake, cotture e guarnizioni, frullati homemade, succhi.

Magnifico il gelato alla pera cosciona di Gelizioso, inserito nella classifica delle 100 gelaterie migliori d’Italia di quest’anno.

Mele

Mele

Okay, qui abbiamo decisamente bisogno delle sottocategorie. Ci ritroviamo dinanzi all’assonanza melum-malum che ha condizionato praticamente tutto l’Occidente, passando per Biancaneve all’alimentazione sana e della diceria che parla del giorno, della mela e di un medico che se ne va. 
Ma sono sempre tutte buone, tutti i periodi dell’anno?

Ovviamente, no: le mele sono tra i frutti che meglio resistono all’impiego massiccio di pesticidi, con ovvie conseguenze dell’alterazione delle proprietà e dei benefici che facilmente si trasformano in malefici. A ottobre si possono gustare ottime mele di stagione come:

Golden: tra le più diffuse, verdi con un sorrisino rosa-arancione. Hanno goduto di tutto il sole dell’estate e ora sono pronte ad esplodere. Polpa soda, pizzica piacevolmente la lingua con note tra l’acido e il dolce. Troppo mature no, non vanno.

Granny Smith: classica mela da sorriso Mentadent, quella che fa crock quando la mordi. E magari ci lasci anche qualche dente vicino. Compattissima ed acidula. Solo per personalità forti.

Gala: questa mela mi è simpatica, sembra una ragazzina con le lentiggini. D’un rosso non volgare, lievemente striata di giallo, buona da mangiare e da cucinare. Da provare nel cartoccio di carta d’alluminio e cotta sotto le braci del camino. Una pappa zuccherosa.

Mela annurca: la mela annurca invece assomiglia ad una piccola granata. E’ di ridotta pezzatura, un diametro di cinque centimetri, ma quando la mordi non immagini possa essere così soda. Ma soprattutto possa avere un sapore così forte. Originaria della mia Campania, ne esistono diverse varietà. Quella che preferisco è quella che cresce alle pendici del Vesuvio: un po’ bruttina e piena di terreno, ma quando la mangio sento un legame viscerale con la mia terra.

Di solito un super ben fornito ne ha diversi tipi, ma è divertente notare come il sapore cambi oltre che da un genere e l’altro, anche di mela in mela. Lo considero uno di quei pochi miracoli che la natura riesce ancora a compiere, abbattendo le barriere chimiche e del marketing.

Insomma, con le mele potete farci quello che vi pare e piace.

Melagrane


Melagrana

A sentir i vari Asclepio, le melegrane sono un frutto salvavita: tonifica, rinforza, aiuta la circolazione. Le melegrane sono tra quei frutti pontificati sin dall’antichità. Quelli da supermercato sono decisamente bruttini e piccoli, quelli cresciuti allo stato brado sono simpatici e grossi.

Divertente staccare uno ad uno i chicchi acidi, quasi l’illusione di mangiare un pop corn. Bello anche da esibire: se resta chiuso, si secca ed assume consistenza legnosa. Un soprammobile bio niente male.

L’albero di melograno di solito cresce senza difficoltà, i frutti maturano da soli, hanno solo bisogno d’esser colti prima che il ramo venga giù dal peso. Ne vengono fuori ottimi succhi, aspri.

Se potete, approfittate di qualcuno che li coglie da sé. E’ tutta n’ata storia.