di Riccardo Campaci 31 Maggio 2015
Occupy 50 Best Restaurants

Opaca, sessista e compiacente. Decisamente ostili i tre aggettivi scelti da Occupy 50 Best per descrivere la famigerata 50 Best Restaurants, classifica dei (presunti?) 50 migliori ristoranti del mondo redatta da Restaurant Magazine sulla base del giudizio di 837 esperti del settore, attesa per domani 1° giugno alla Guildhall di Londra (seguite il liveblog su Dissapore).

Oltre a convincere pochi, tanto meno noi, l’ineffabile meccanismo di voto della 50 Best, come racconta il New York Times, ha fatto svalvolare la triade Marie Eatsider, Hind Meddeb e Zoe Reyners, responsabili del sito Occupy 50 Best, declinazione gastronomica di Occupy Wall Street, che chiede di boicottare la controversa classifica.

L’obiettivo di Occupy 50 è quello di mettere fine alle intossicazioni alimentari, al sessismo e all’auto-referenzialità di cui 50 Best è tacciata da diversi protagonisti del settore. Lo strumento per raggiungere quest’obbiettivo, oltre alle proteste, è una petizione pubblica dove s’invitano gli sponsor della classifica a interromperne il sostegno finanziario.

L’attacco a 50 Best, che non ha gradito e prima ha chiesto l’oscuramento del sito per uso non autorizzato del proprio marchio, poi ha ovviamente difeso le sue posizioni, non è di poco conto.

Per non perdere tempo vengono ricordate le intossicazioni alimentari provocate da alcuni ristoranti sempre in classifica: il Noma di Rene Redzepi, da diverse edizioni al numero 1, fu protagonista di un’intossicazione per Norovirus; stessa sorte per The Fat Duck del cuoco inglese Heston Blumenthal con i i frutti di mare; si cita anche lo storico El Bulli di Ferran Adrià, indiscusso dominatore della classifica fino alla sua chiusura, ma almeno nel suo caso, se si escludono i velenosi attacchi di Striscia al Notizia, non risultano casi di intossicazione collettiva.

Le sferzate di Occupy 50 Best si concentrano poi, e non poteva essere altrimenti, sul meccanismo di voto: “i membri della giuria, reclutati per cooptazione, possono votare in modo anonimo, senza dover né giustificare la loro scelta di ristorante, né dimostrare che ci abbiamo mangiato”.

Puntuali le denunce di favoritismo nei confronti di Perù e Singapore, paesi partner della classifica, di autocelebrazione degli chef, alcuni dei quali sono sia giudici che giudicati, di becero maschilismo con gli uomini che superano le donne della lista per 49 a 1.

E noi clienti, cosa siamo noi clienti secondo Occupy 50 Best? Siamo solo cavie (esemplare il termine inglese guinea-customers), proni alla “dittatura del marketing” e al “narcisismo degli chef-divi” spinti a sperimentare ingredienti innovativi a discapito della sicurezza alimentare che i migliori ristoranti del mondo dovrebbero assolutamente assicurare.

La petizione è disponibile online sul sito Occupy Best 50 in sei lingue, incluso un italiano un po’ incerto; qualora non fossero chiare le motivazioni dell’iniziativa è accompagnata da una sezione con tutte le tesi a discredito della Best 50, in lingua francese e inglese.

Nel momento in cui scrivo la petizione ha convinto 326 firmatari; tra i sostenitori spicca la firma di Joel Robuchon, grande chef francese che occupava il 31esimo posto della 50 Best 2014 con il ristorante parigino L’Atelier Saint-Germain, e per l’Italia due noti cuochi come Rocco Iannone (Forte Gourmet) e Giancarlo Perbellini (Casa Perbellini).

E dunque che fare? Sorvolare o firmare la petizione?

[Crediti | Link: Dissapore, New York Times, Occupy 50 Best]