di Francesca Romana Mezzadri 24 Dicembre 2014
Racconto di Natale

La verità è che odio il pranzo di Natale. Chi non lavora nei giornali di cucina, non può capirmi. In redazione, al numero di dicembre abbiamo cominciato a pensare ad agosto, era solo settembre e già si era alle prese con servizi, ricette e foto, a ottobre ci siamo ritrovati sommersi da immagini di tortellini, capponi e panettoni, novembre è stato il delirio, perché tutto doveva finire in pagina ed essere “cucinato”, che in gergo significa lavorato, titolato, riletto e corretto.

Quando i numeri di Natale sono stati finalmente chiusi, l’online già incalzava e dicembre è stato tutto un cercare e scattare foto, ideare e scrivere post natalizi, allestire pranzi e cenoni virtuali.

Personalmente, a questo punto sono nauseata, stremata, sfinita.

E, soprattutto, senza un briciolo di spirito di Natale residuo, che tutto quello che avevo è finito nelle pagine che voi lettori sfogliate o consultate in questi giorni.

Per dire, nonostante avessi già fatto la spesa, l’anno scorso ho deciso che no, a Natale non avrei cucinato per nessuno.

Non per gli amici e i loro pranzi “ognuno porta una cosa: tu cosa porti?”, e nemmeno per la mia famiglia in cui tutti non vedono l’ora di mettere le gambe sotto al tavolo cavandosela con un antipasto e una bottiglia di vino, mentre a me tocca chiudere cappelletti e montare timballi e farcire faraone e lessare carni e preparare contorni e fare creme dolci. Si arrangino.

I miei ingredienti li avevo impacchettati e infilati in freezer.

A Natale ho pensato di dormire. Così mi sono messa sul divano.

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SONNELLINO SUL DIVANO

Un bel film d’amore in sottofondo, mi sono imbacuccata fra plaid e cuscini e chiudere gli occhi è stato un attimo. Un sonno leggero, popolato dai personaggi e dai dialoghi che si svolgono sullo schermo, le note della romantica colonna sonora mi raggiungevano da lontano. Ma… nonna, cosa ci fai qui?

«Sono venuta a dirti che fra poche ore è Natale».

«Sì lo so, nonnina, ma dimmi la verità: neppure a te piaceva tanto, vero? Voglio dire, tutte quelle ore che passavi in cucina, non ti sedevi quasi a tavola con noi e quando mi alzavo ti scovavo lì, in un cantuccio vicino ai fornelli, a spiluccare le parti meno nobili del cappone lessato».

«Ma ero felice: avevo i miei figli e i miei nipoti, la casa era calda e profumava di buon cibo, non ricordi?»

«Nonna, nonnina, sì mi ricordo, era tutto buonissimo, e poi c’erano i regali da scartare, il Camper della Barbie, la Maglieria Magica, il Dolce Forno. Era una festa, è vero. Ma non ho più dieci anni. Il Natale non è più come una volta. Il Natale mi ha stufata! E sono tanto stanca, sai, nonnina? Vedi, sto dormendo, e tu sei solo un sogno. Non rimproverarmi, dai!»

«Dormi ciccia, dormi tranquilla, finché puoi. Ma ti avviso: stanotte, verranno a trovarti tre fantasmi. Ascolta quello che hanno da dirti e guarda quello che ti mostreranno. Io vado. Ho ancora da sbocconcellare qualcosa in cucina, lassù».

Avevo aperto gli occhi pigramente. Sullo schermo scorrevano i titoli di coda del film. Chissà com’era andato a finire! Ma dormivo così bene… Devo aver sognato nonna. Era un po’ malinconica, chissà perché.

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IL FANTASMA DEL NATALE PASSATO

Fuori, era arrivato il freddo. La mia camera ha qualche spiffero, devo assolutamente trovare una soluzione per la finestra che non chiude bene. Con questo pensiero, infilo il mio pigiamone più caldo e mi imbusto sotto al piumone. Nonostante il sonnellino pomeridiano, sapevo che non ci avrei messo molto ad addormentarmi. Leggo solo due righe del romanzo che ho sul comodino.

Sbam! Un colpo di vento e la finestra si spalanca. Mannaggia, mi toccherà chiamare il falegname. Mi alzo per chiuderla e ho quasi accostato i vetri quando mi si para davanti un ometto magro magro, una zazzera corta sulla fronte, un paio di occhialetti rotondi.

«Tu chi sei?», domando spaventata, ma non troppo: in fondo, l’ometto ha una faccia simpatica, sorride bonario, e io di certo sto sognando. Non ho più dieci anni, non ho più paura dei sogni. O forse dovrei?

«Seguimi», dice lui voltandosi. Io lo faccio e mi ritrovo in strada. Nevica (non era prevista neve!) e a un certo punto ci inoltriamo in un bosco. Pini, querce… Lo riconosco! Laggiù c’è una strada, salita, discesa, salita e siamo a casa, la mia vecchia casa!

«Cosa ci facciamo qui, fantasma?»

«Voglio che tu veda com’era una volta il tuo Natale», spiega con una parlata vagamente cantilenante, forse romagnola.

Ora sono davanti alla finestra e sbircio all’interno. Incredibile, siamo tutti lì: i nonni, i miei genitori e i miei suoceri, i nostri fratelli e le loro mogli, i bimbi piccoli che corrono intorno al lungo tavolo imbandito. E ci sono anch’io, quindici anni di meno, che esco dalla cucina con un gran vassoio su cui troneggia…

«Diobò, avevi fatto persino un maxi scrigno di Venere! Ma brava, brava davvero!», mi apostrofa il fantasma.

Sono tutta inorgoglita dal complimento fino al momento del taglio: anche a occhio si vede che non ho messo besciamella a sufficienza e l’interno dello scrigno è asciutto!

«Sarà un mappazzone!» nota lo spirito, «Ma guarda, guarda come mangiano: a Natale è tutto buono, non lo sapevi?»

Sarà vero. Resto lì incantata, c’è persino mio nonno che fa il bis, e i bambini che rubano pezzetti di crosta. Comincio ad avere freddo e, chissà perché, ho gli occhi umidi di commozione.

«Spirito, possiamo tornare indietro?».

Mi volto ma lui non c’è più. Ero in camera, il piumone caduto giù dal letto, la finestra ancora aperta e un freddo cane. Brrrr!

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IL FANTASMA DEL NATALE PRESENTE

Chiusa la finestra, rimboccate le coperte, ho liquidato con un’alzata di spalle il sogno del mio Natale passato e sono tornata a dormire. Faccio per spegnere la luce, ma si riaccende subito e lì, ai piedi del letto, c’è un tale con le braccia conserte che mi guarda impassibile.

«Cosa ti credevi di stare a fare tu? Dormiri?». Dice proprio così: dormiri. Ha uno spiccato accento straniero, sembra americano, un cipiglio severo, la testa calva, perfettamente rotonda, che dondola leggermente come dire “no e poi no”.

Mi lancia uno scialle preso dall’attaccapanni e mi spinge fuori casa, senza che abbia il tempo di protestare. Mi stringo nello scialle e lo seguo rassegnata nella tormenta. Fino a un’altra finestra.

Siamo a casa di papà e vedo entrare dalla porta le mie nipoti e mio figlio, ormai adolescenti, che portano in cucina i sacchi del supermercato. Tirano fuori due vaschette di tortellini, due cartoni di brodo, un arrosto pronto, una busta di patate al forno surgelate e cominciano ad armeggiare con pentole, forno e pirofile.

Mio fratello sta stappando il vino, in sala da pranzo è apparecchiato con il servizio bello e, prima di sedersi a mangiare, i miei si scambiano i pacchettini ed è tutto un grazie e un bacio e un brindisi. Voglio vedere se saranno così allegri al momento di assaggiare la minestra confezionata.

«Non sarà mai come i miei cappelletti in brodo di gallina!», esclamo vagamente indignata.

«Sì, ma tu nin li hai voluti fare per loro e loro sono contenti lo stesso. Mentre te sei qui con me a prendere solo il freddo. Vuoi che muoro? Shit!»

Sono le ultime parole dello spirito, che svanisce davanti ai miei occhi. Mi era rimasta solo la sensazione netta della sua disapprovazione per aver abbandonato la mia famiglia a Natale.

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IL FANTASMA DEL NATALE FUTURO

Ero nell’ingresso di casa, ho fatto cadere lo scialle sul pavimento, mi sono trascinata verso la camera ma una luce in cucina mi ha attratto. In mezzo alla stanza c’è un tavolo, con una tovaglia candida e una serie di piatti coperti da cloche scintillanti.

«Accomodati, Francesca Romana».

L’invito arriva da un bell’uomo con folti capelli brizzolati e una barba sale e pepe. Sorride, ma di un sorriso canzonatorio.
«Cosa fai li imbambolata? Svegliaaaa! Vieni a scoprire il tuo Natale futuro! Forza!!!»

Obbedisco, credo di non poter fare altrimenti. Si avvicina e mi sistema un tovagliolo candido sulle gambe. Mi accosta la sedia al tavolo e inizia a sollevare la prima cloche: «Sogno di salmone al fumo di betulla con idea di aneto e pepe di Sarawak».

Gli aromi arrivano immediatamente, distinti, suadenti. Ma quando il coperchio è sollevato… nulla. Il piatto è drammaticamente vuoto.

«Hai annusato bene?», mi apostrofa. «Perché ora arriva il ricordo di tortellini in aria di brodo e sentore di parmigiano 36 mesi».

Via la cloche, profumo di brodo, di pasta ripiena e… niente, niente di niente!

«Ora il piatto forte: intenzione di tacchino al tartufo nero e la sua apparizione di patate viola e ratte».

Al sollevarsi della cloche, ormai già so che potrò riempire le narici ma non la pancia. Vedo sfarfallare ologrammi di chips, che svaniscono in un istante. Nel piatto, nessun cibo. E lo stesso accade con il dolce:

«Pensiero di panettone con la sua nuvola di zabaione alla liquirizia. Cos’è, non ti piace? Ma i pranzi del Natale del futuro saranno così. Vi sazierete di vapori e odori, il cibo vero, da masticare e deglutire, diventerà obsoleto. Solo noi grandi chef sapremo creare queste alchimie, e anche tu ne andrai pazza, fidati. Per il tuo Natale solitario, nella cucina di casa tua, ordinerai le tue essenze gastronomiche preferite, poi te ne andrai a fare una bella dormita, visto che ne hai tanto bisogno. Vaiiii! Fila a lettoooo!».

E lo spirito era svanito, in una nuvoletta dal vago olezzo di zolfo.

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NON E’ MAI TROPPO TARDI

Ho sentito il suono della sveglia. Chissà come mai, non l’avevo spenta. Era puntata all’alba, per mettermi ai fornelli di buon ora. È ancora buio. Sono ancora in tempo. Tiro fuori dal freezer i miei ingredienti, per fortuna la faraona c’è stata poche ore e non è del tutto congelata. Più tardi la farcisco, ora devo fare la sfoglia. Ma prima, un paio di telefonate.

Per avvisare tutti, che non vadano al supermercato, che stavo cucinando per le persone che amo, che presto sarei arrivata con il pranzo di Natale. Che avevo voglia di festeggiare con loro come una volta.

E, soprattutto, che volevo e voglio ancora augurare a tutti buon Natale!

[Crediti | Link: Dissapore, immagine di copertina: Nightmare before Christmas]

PRANZO DI NATALE, la serie

1. Antipasti.
2. Primi.
3. Secondi.
4. Contorni.
5. Ricette low cost.
6. Vino, spumante, champagne.
7. To-Do list.

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