di Carlotta Girola 9 Dicembre 2014
Matteo Salvini in una faccacceria genovese

Non basta più la lotta aperta contro l’euro. “Ci vogliono i prodotti tipici” deve essersi detto Matteo Salvini, una passione sfrontata per le felpe geograficamente contestualizzate, nonché segretario della Lega Nord 2.0.

Il suo spin doctor deve avergli suggerito di puntare dritto alla conquista della fetta sempre più numerosa di elettori difensori del chilometro zero e lui, che non vedeva l’ora di lanciare una crociata contro qualsivoglia simbolo teutonico (fosse anche una burrosa Foresta Nera all’ora del dessert), ci si é buttato a pesce.

L’invasore, in questa puntata, é un non meglio identificato spirito colonialista kebabbaro che vuole schiacciare il Made in Italy e farci dimenticare le cose buone di casa nostra in favore di non si sa quale sapore “immigrato”.

La battaglia di Salvini per la salvaguardia del cibo italico parte da Recco, patria della focaccia al formaggio IGP, che deve essere fatta come Dio comanda con gli ingredienti giusti, tricolori, santificati dalla provenienza certificata.

In effetti il protezionismo dovrebbe allargare i suoi tentacoli anche sul cibo, sia mai che poi qualcuno volesse propinarci una focaccia di Rekko con retrogusto sovietico.

Il Matteone nazionale, dall’alto della sua vetrina social, si erge a paladino del tricolore a tavola, mi par di intendere contro l’italian sounding che in linguaggio salviniano si traduce in “schifezze prodotte con materie prime scadenti che di italiano hanno solo il nome”.

É chiaro, punta a noi, a voi, ai nostri voti. E col giochino dell’eccellenza italiana (a cui partecipa da tempo anche Renzi) ci prende per la gola per allargare la sua rete di nazionalismo da tovaglia a quadretti.

Osservatelo da vicino, cercate di andare oltre le immagini a petto nudo e cravatta color pesto (é difficile, ma provateci) e leggete tra le righe. Nuovo Don Chisciotte meneghino, da tempo ormai ha varcato i confini del risotto con l’ossobuco e delle trattorie di Milano per partire alla conquista di terre lontane e dalle esotiche usanze.

Matteo Salvini, Emilia e tortellini

La rossa Emilia Romagna, ad esempio, e quindi giù a far la corte al popolo del tortellino colpendolo dritto al cuore dello stomaco.

Ci stanno manipolando, attenzione. Da che parte sta il nazionalismo strenuo quando mettete accanto il Salvini-pensiero e il politicamente corretto di Slow Food?

Matteo Salvini e la torta di mele

Ho perso l’orientamento, non so mica più se sono a destra o a sinistra. Ma la tragedia vera é che, comunque, non é così sbagliato difendere la focaccia di Recco dall’imitazione cinese col Parmesan.

Nell’era della strenua difesa della tradizione culinaria, ma anche della fusion spinta e dei noodle al supermercato, Salvini punta sul cavallo della cucina da osteria che, si sa, mette d’accordo tutti.

Matteo Salvini e lo zabaione

Piatti basici da preservare, ricette scritte nella pietra che diventano intoccabili e tradizioni millenarie che non vanno mescolate con il diavolo tentatore che assume la forma del fungo rumeno. L’inghippo é qui: lo spin doctor sopracitato di Salvini gli ha spiegato che ci possono essere cose anche molto buone oltre i confini della tavola italiana?

Ora che ci avete pensato su, guardatevi nel piatto. Se il pensiero di aggiungere salsa di soia alla vostra ricetta vi fa rabbrividire, se nell’ultimo mese potete dire di non avere mangiato etnico neanche una volta, se avete comprato solo cibo nazionale, allora sappiate che siete potenziali sostenitori della Lega.

Invece se ormai cucinate il cous cous a occhio, avete perso almeno due ore nell’arca del Salone del Gusto e non potete vivere senza il pepe di Sichuan allora respirate forte e recatevi il prima possibile all’Eataly più vicino.

[Crediti | Link Dissapore, immagini: Twitter e Facebook]

1