di Giorgia Cannarella 1 Febbraio 2014
Simone Rugiati

Anche se le sue buone maniere ci piovessero in testa come le proverbiali rane, anche se i programmi che fa alla tivù fossero i più belli del mondo, anche se non avesse inventato lo Show Cukking, Simone Rugiati, il cuoco formenteriano, tutto ammiccamenti post-adolescenziali e trash ostentato, continuerebbe a non piacerci.

Affermazione che, va da sé, chiunque è libero di accogliere con licenza di chissenefrega.

Almeno però ci venga riconosciuta la coerenza. Da quella sfortunata apparizione del 2010 all’Isola dei Famosi (eliminato alla prima puntata) alla recente presentazione di “Casa Rugiati”, il suo ultimo libro, sul cuoco tronista la linea è rimasta quella.

Vi abbiamo suggerito di non leggerlo, raccomandato di non guardarlo quando, in un periodo in cui le bibite gassate sono le nuove sigarette, è diventato testimonial della Coca Cola, dissuaso dal tifare per lui mentre sparava a zero su Benedetta Parodi. Da che pulpito, Rugiati.

(Per uno e uno solo di noi, a sorpresa, il telechef è una strana, incoffesabile ossessione).

Di conseguenza, i motivi per cui gli editor di Dissapore non stanno vertiginosamente simpatici al bel Simone, mi sembrano legittimi.

Ma da qui a minacciare di picchiarne uno ce ne passa. Peraltro con lo stile di chi sembra buono al massimo per le discariche televisive del pomeriggio. Sta di fatto che a minare la sua credibilità, come nel caso Coca Cola, Rugiati sembra uno specialista.

Perdonate il pippone, vado ai fatti.

Tutto comincia venerdì scorso, quando il nostro Andrea Soban capita alla Mondadori di Piazza Duomo. Incuriosito dalla scalpitante e massiccia presenza femminile decide di entrare. E scopre che è in corso la presentazione di “Casa Rugiati”, il libro del nostro.

Ignaro di ciò che lo aspetta lancia un innocuo tweet.

E arrivano le prime risposte.

Qui si potrebbe aprire una parentesi dal titolo “Come possiamo pretendere di smarcarci dalle battute sessiste e maschiliste, quando per insultare un uomo gli diamo del finocchio?”. Ma non siamo al corso sugli studi di genere e c’è una storia da raccontare. Proseguiamo.

Terminata la presentazione del libro il nostro editor decide di scriverci un post. Perché? Perché Rugiati è famoso, ai nostri lettori interessa Rugiati, Rugiati che presenta il suo libro è una notizia.

I toni sono ironici.

Dopo 5 minuti di ammiccamenti post-adolescenziali diventa indifendibile. Troppo trendy vanitosetto e troppo metrosexual.

Uno sfottò – questa almeno la mia impressione – bonario.

Il trash è così ostentato che se non lo vedi non ci credi. Rugiati è straordinariamente sborone eppure scalda la platea.

Non si offende la persona e non si mettono in dubbio le sue capacità culinarie. Si scherza sullo Rugiati show-man: quello che piace, sa di piacere, e si piace moltissimo. Il suo personaggio, dopotutto, è costruito sull’ammiccamento gigione, sulla foodblogger che sogna di essere impastata come una frolla.

Non sono giudizi di valore, anzi si riconosce, pur dalla trincea opposta, che Rugiati funziona maledettamente bene.

Attento ai tempi, perfettamente a suo agio con lo spazio scenico, Rugiati si piazza in mezzo tra l’innominabile siparietto nazional-popolare della Parodi e le raffinatezze stellate con una certa puzza sotto il naso.

Articolo pubblicato e twittato dal profilo di Dissapore, menzionando @simonerugiati, il suo profilo da 29.890 follower.

E qui che comincia il pubblico linciaggio di Andrea Soban.

All’inizio le risposte appartengono all’azionariato delle groupie di Rugiati. Qualche giorno dopo arriva anche lui. E l’indignazione è tanta che non sta in 140 caratteri.

 

 

Parentesi dirimente di dubbi lessicali: l’offesa consiste nell’aver definito le sue lettrici “groupie” per il grande entusiasmo.

Ma Rugiati ci mette poco a passare dalla protesta alla minaccia.

 

Secondo un copione abbondantemente collaudato, quando un editor scrive di qualcuno senza incensarlo gli si dà dell’invidioso.

Comunque, alla fine Rugiati decide di lasciar correre.

Raccontata questa piccola parentesi, vogliamo provare a renderla proficua?

Dove finisce la facoltà di scrivere opinioni su personaggi pubblici più o meno miracolati dalla tivù? (Questa è per noi).

E dove finisce la libertà dei personaggi pubblici più o meno miracolati dalla tivù di reagire alle critiche? (Questa è per te, Rugiati, insopportabilmente sborone).