I cosiddetti cibi ultra-processati o UPF sono ovunque, dalla grande distribuzione alla ristorazione fino, ovviamente, alle nostre cucine, eppure, in un periodo storico in cui i consumatori sembrano sempre più vocate a scelte e etiche e consapevoli, un sistema che dia a questi prodotti una regolamentazione sembra ancora lontano dal concretizzarsi. Un paradosso che unisce Europa e Stati Uniti nelle intenzioni e li divide nel metodo, e che sta dando vita a un dibattito che animerà il mondo dell’alimentazione per gli anni a venire, a partire da ciò che definisce un cibo ultra-processato.
La situazione degli UPF in USA e in Europa
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Mentre il vecchio continente procede con un approccio più cauto, negli Stati Uniti la definizione di questi prodotti sia già in fase avanzata, e sono stati compiuti passi concreti a livello statale: la California ha infatti approvato una certificazione per i cibi non ultra-processati basata principalmente sugli additivi contenuti, attualmente in attesa dell’approvazione del governatore Gavin Newsom. Contemporaneamente, anche il governo federale statunitense sta cercando di elaborare una propria definizione formale.
In Europa la situazione appare differente, in quanto l’Unione Europea sta ancora valutando se sia opportuno elaborare una definizione ufficiale. Nonostante non vi sia stato ancora un impegno formale vincolante, le istituzioni comunitarie hanno iniziato a porre le basi almeno per analizzare il fenomeno. Nel luglio di quest’anno, l’UE ha pubblicato un documento preliminare intitolato Scientific and Ethical Assessment of Ultra-processed Food Consumption and Recommendations for Related Policies in the EU, uno studio in cui riconosce espressamente la presenza di potenziali rischi per la salute associati al consumo di cibi ultra-processati.
Per affrontare la questione, il documento attribuisce al Gruppo dei Consulenti Scientifici Principali e al Gruppo Europeo sull’Etica della Scienza e delle Nuove Tecnologie il compito di analizzare la letteratura scientifica disponibile, le definizioni esistenti e i livelli attuali di consumo di tali alimenti in tutto il territorio europeo. Questi esperti sono chiamati a individuare marcatori e criteri specifici per valutare con precisione gli impatti sulla salute, fornendo strumenti utili sia ai consumatori per orientarsi verso diete più sane, sia ai legislatori per attuare eventuali politiche sanitarie.
Tra gli elementi presi in considerazione rientrano i nutrienti, la densità energetica, la presenza di additivi alimentari, le dimensioni delle porzioni, la frequenza di consumo, il grado di trasformazione e il contributo dei singoli cibi al fabbisogno nutrizionale complessivo. La decisione se formulare o meno una definizione è stata sottoposta al Gruppo dei Consulenti Scientifici Principali, organo che fornisce pareri scientifici indipendenti alla Commissione Europea, e le raccomandazioni ufficiali di questo gruppo saranno rese note nel marzo del 2027, e soltanto successivamente la Commissione Europea deciderà quali azioni intraprendere.
Nel caso in cui si decida di procedere verso norme vincolanti, i tempi per una reale applicazione saranno però molto lunghi: in precedenti esperienze come quella sui pareri relativi alle nuove tecniche genomiche pubblicati tra il 2017 e il 2018, la conseguente proposta legislativa è giunta soltanto nel 2023. Katia Merten-Lentz, partner dello studio Food Law Science and Partners, evidenzia inoltre che la Commissione potrebbe decidere di utilizzare il parere scientifico per scopi non legislativi, come l’orientamento dietetico, la ricerca o l’informazione ai consumatori, ma, se invece si decidesse di avviare un iter regolatorio, questo richiederebbe la fase di consultazione, la valutazione di impatto, la formulazione della proposta legislativa e le successive negoziazioni tra il Parlamento Europeo e il Consiglio.
La stessa possibilità di giungere a una definizione condivisa rimane incerta. Christofer Eggers, partner dello studio legale Squire Patton Boggs, precisa che la discussione verte sulla fattibilità tecnica di una definizione sufficientemente precisa e scientificamente solida da poter essere impiegata in sede legislativa. Sottolineando le divergenze tra i ricercatori, Eggers afferma che “Non c’è accordo nel mondo scientifico” su cosa costituisca un alimento ultra-processato. Riguardo alle tempistiche, lo stesso Eggers aggiunge che “Sarebbe una sorpresa piuttosto grande se una definizione di UPF venisse pubblicata entro un anno o due.”.
Per quanto riguarda i possibili contenuti di una futura normativa, vi sono alcune indicazioni preliminari. Merten-Lentz osserva che “Il mandato suggerisce che potrebbe combinare il livello di trasformazione con fattori quali gli additivi, la composizione nutrizionale, la densità energetica e le dimensioni della porzione”. Questo approccio integrato risulterebbe più vicino al modello adottato in California rispetto alla classificazione Nova, l’indice accademico più diffuso ma soggetto a critiche. Merten-Lentz ricorda inoltre che il diritto dell’Unione Europea definisce già i concetti di cibo trasformato e non trasformato, ma l’aggiunta del termine ultra richiederà di stabilire con esattezza la soglia in cui la trasformazione diventa ultra-trasformazione.
La classificazione Nova non sarà probabilmente recepita senza modifiche, poiché le sue categorie presentano difficoltà applicative in ambito normativo. A questo proposito, Eggers spiega che l’Unione Europea dovrà affrontare la percezione diffusa secondo cui il sistema Nova “porta a risultati incoerenti e che alcune delle ipotesi di Nova sono ideologicamente di parte”. Di conseguenza, la classificazione Nova, insieme al modello della California e alla definizione federale statunitense in corso di elaborazione, fungerà principalmente da punto di riferimento e da base di partenza.
Una definizione europea potrebbe quindi trovare applicazione nella regolamentazione dell’informazione ai consumatori e dell’etichettatura degli alimenti, o portare a restrizioni sulla pubblicità e ad avvertenze simili a quelle previste per gli integratori alimentari. In attesa del parere scientifico fissato per il marzo del 2027, l’Unione Europea ha tracciato una rotta orientata all’analisi di additivi, profilo nutrizionale, livelli di trasformazione e abitudini di consumo, delineando le premesse di un lungo percorso regolatorio.


