Ristoranti: se anche negli Stati Uniti si discute dei salari (bassi) dei lavoratori

La carenza di personale nei ristoranti non riguarda solo l'Italia e pure negli USA si iniziano ad additare le buste paga poco soddisfacenti.

cameriera

Provate a chiedere a un ristoratore qualunque come è andata la stagione estiva. Con tutta probabilità vi dirà che è andata bene, nonostante la carenza di personale. Dopo il Covid, il lockdown, il balletto dei dehors e tutto il resto, ora la nuova pandemia è questa: i ristoranti sono senza camerieri, cuochi, addetti di sala, lavapiatti. AAA cercasi con assoluta urgenza, neanche massima serietà, purché non mi lasci scoperto un servizio.

Nessuno sa bene davvero quale sia il motivo di questa carenza di personale. Un mix di cose, probabilmente, hanno fatto disaffezionare le persone al mondo della ristorazione e dell’ospitalità. Molti addetti ai lavori si sono reinventati, non potendo sostenere il lungo periodo di chiusure e incertezze. Semplicemente, hanno iniziato a fare altro: chessò, il baby sitter, per esempio, uno dei lavori più ricercati del 2020.

E c’è anche – benché venga ampiamente sottovalutato – una questione psicologica: tutti, in questi mesi di pandemia, abbiamo ripensato alle nostre vite, alle nostre scelte lavorative e personali, al nostro futuro. E magari abbiamo intrapreso strade diverse da quelle che pensavamo: con orari che permettano di stare più con la famiglia, ad esempio, vista la generale riscoperta degli affetti. O con prospettive di soddisfazione personale più semplici e a portata di mano. Insomma, l’uomo post-Covid non sarà mai più come l’uomo pre-Covid, ed è pure possibile che, a conti fatti, non voglia fare il cameriere.

C’è anche chi ha puntato il dito (probabilmente in parte a ragione) contro il reddito di cittadinanza: chi me lo fa fare di andare a sgobbare in una cucina con orari impossibili se lo Stato mi paga per starmene a casa in attesa di una chiamata sul lavoro? Eppure, la verità è che negli Stati Uniti l’abolizione dell’indennità di disoccupazione non è stata per nulla risolutiva. Ma nel frattempo si è aperto un altro fronte, quello di chi sostiene che se davvero il reddito di cittadinanza è capace di dare un sostegno economico equiparabile in qualche misura a quello di un addetto alla ristorazione, allora ‘sti ragazzi che girano tra i tavoli e lavano i nostri bicchieri li paghiamo proprio poco.

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Benvenuto tra noi, maleodorante contenuto del vaso di Pandora. Nessuna di queste motivazioni, da sola, potrebbe comunque giustificare l’entità del problema, che peraltro è diffuso globalmente. Nel Regno Unito ci si aggiunge pure la Brexit, che ha fatto scappar via tutti i lavoratori immigrati, paralizzando di fatto diversi settori.

E pure negli Stati Uniti non si trova un lavoratore uno, al punto che c’è chi – un franchesee di McDonald’s, per dire – è disposto pure ad assumere i ragazzini, pur di tirare avanti col suo locale. Ma anche in America, scava scava, si punta il dito contro i salari troppo bassi dei lavoratori del mondo della ristorazione. Perché è da lì probabilmente che nasce tutto: la disaffezione verso il mestiere, la svogliatezza delle nuove generazioni, il binge watching di Netflix sul divano che signora mia i giovani d’oggi proprio non c’hanno voglia di lavorare.

Ma non è che li paghiamo davvero troppo poco? Se lo stanno chiedendo (perfino) negli Stati Uniti, dove i salari minimi per i dipendenti della ristorazione sono diversi rispetto a quelli dei lavoratori nella maggior parte degli altri settori.

Inoltre – cosa incredibile – la legge permette di riconoscere a camerieri e baristi un salario più basso di quello minimo, se la differenza viene compensata con le mance: un sistema noto come credito di mancia, che però sta causando non pochi problemi ai lavoratori, visto che spesso i datori di lavoro se ne approfittano in modo tutt’altro che trasparente.

In ben diciannove stati, ad esempio, il salario minimo è di soli 2,83 dollari l’ora – purché ai dipendenti sia garantito un introito in mance che copra il necessario per arrivare al minimo statale. Una regola che sembra fatta appositamente per consentire ai proprietari di ristoranti di ridurre i costi del personale e lasciare che i clienti facciano la differenza. 
Tanto che sono state diverse le class action intentate sul tema contro i ristoratori.

Ora la carenza di personale porta alla ribalta la questione, esattamente come in Italia: non sarà il caso di rivedere contratti e salari? La verità, in fondo, è che se prima era un problema solo dei dipendenti, ora una soluzione serve anche ai ristoratori. E difficilmente arriverà da sola.

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