di Luca Iaccarino 18 Febbraio 2019

Alla parola “Abruzzo” cosa vi viene in mente? Se siete colti, direte D’Annunzio; se siete gourmet, risponderete “Romito”; io che son pop, esclamo “ventricina tutta la vita!”.

La ventricina, quella buona, è uno dei più eleganti insaccati del Buon Paese: grandi pezzi di maiale conservati con la polvere di peperone che dona loro il caratteristico colore arancio-rosso.

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Quando affetti la ventricina, quella buona, la fetta si divide nei blocchi di cui è composta, e la spilucchi e bocconcini, sporcandoti i polpastrelli di colore.

La ventricina è un prodotto tipico abruzzese –tra i più famosi– ma nonostante abiti a Torino la mangio spesso: uno dei miei trattori preferiti, Felice, è di Castiglione Messer Marino e tutte le volte che torna al paese per le ferie me ne porta su un bel pezzo.

Ma ieri sera ne ho mangiata una veramente speciale.

Perché era buona, fatta con tutti i crismi, ma soprattutto perché ero alla Vineria per Passione di Vasto, ridente località abruzzese, epicentro della produzione dell’insaccato.

Mangiare la ventricina mentre te la racconta uno dei fondatori dell’Accademia della ventricina di Scerni –fu presidio Slow Food poi, se ho ben capito, sciolto e ora forse ricostituendo–, abbinandola alle altre grandi specialità tradizionali –da squisite pallotte cacio e ova a ai dolcetti tipici, i “mostaccioli”–, bevendo Montepulciano e un’ottima genziana artigianale (la producono i ragazzi di Le Muse, cercateli) non ha prezzo.

Anzi, sì, quello del treno da Milano a Pescara: ma son solo quattro ore.

L’Abruzzo è vicino. Ed è tutto da scoprire.

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