Il cappuccino proteico di My Chef ci mancava: prova d’assaggio

Il cappuccino proteico proposto da My Chef è figlio dei tempi strani che corrono e di un marketing del fit forse sopravvalutato. La nostra Prova d'assaggio (e di coraggio).

Il cappuccino proteico di My Chef ci mancava: prova d’assaggio

Il tragitto verso l’Emilia-Romagna mi ha spinta a cercare caffeina e, fermandomi in un’area di sosta, mi sono imbattuta in una novità: il cappuccino proteico, della nuova special edition “Healthy Cappuccini” lanciata dalla catena My Chef (Società PAI Partners, precedentemente Gruppo Areas ed Elior) – di cui fanno parte anche il “vegetale” e il “matcha”. E le mie sinapsi sono andate in corto, prorompendo in un reboante perché?! Analizziamo questo slancio modaiolo del fit e delle proteine inserite letteralmente ovunque, anche dove non ti aspetteresti mai.

Sì perché ultimamente il concetto di salute (healthy) è indissolubilmente legato alla percentuale proteica. E non solo, nessuno a quanto pare compra niente che non abbia l’epiteto “proteico” accanto. Ne sono prova sia i prodotti sia l’idea marketing a riguardo, che aumentano esponenzialmente: la domanda c’è e/o l’idea funziona nella GDO e oltre. Ricotta proteica dessert proteici pizza proteica biscotti proteici mozzarella proteica confetture proteiche pasta proteica. Ora anche il cappuccino che, dopo quello ai broccoli, aveva già subito un duro colpo.

Cappuccino proteico: di cosa si tratta

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Questo cappuccino proteico di My Chef è descritto come un classico cappuccino ma realizzato con un latte + 40% di proteine e zero grassi. Il menu riporta anche la marca specifica legata a questa “ricetta”, e si tratta del Milk Pro High Protein. Tutto qui, nulla di che né di troppo complicato, ma che di fatto è il risultato logico dei tempi che corrono.

Lati positivi e negativi

Il cappuccino proteico, di per sé, ha sia aspetti positivi sia negativi, ed eccoli elencati in maniera oggettiva:

  • prezzo: è tra gli aspetti negativi, visto che costa 3,10 € laddove il cappuccino normale da My Chef costa 1,70 €. Quasi il doppio, per un prezzo non dichiarato sul menu espositivo e descrittivo;
  • intolleranza al lattosio: una frase chiave salta all’occhio di questo cappuccino proteico in particolare ed è “lactose free”, il che significa avere un’alternativa al latte vegetale – che non a tutti piace;
  • sapore: il sapore è identico a quello del cappuccino classico, il che da una parte può deludere ma dall’altra può consolare, visto che chi non può bere lattosio deve spesso accontentarsi dell’alternativa di soia (o vegetale, o delattosata);
  • esigenze specifiche: chi ha esigenze ben precise di alimentazione (uno sportivo per esempio) o di salute, potrebbe trovare in questo particolare cappuccino proteico una buona soluzione rispetto al cappuccino normale – anche se, tali categorie di persone, sono sopravvissute fino ad ora senza questa genialata ecco

Un’idea che ha potenziale, gestita male

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Quindi, alla base dell’idea c’è sicuramente del marketing strategico ma anche una buona intenzione che non passa inosservata. Io personalmente, infatti, intollerante al lattosio E alla soia, sono rimasta colpita da questa combo: ho ordinato il cappuccino proteico anche per questo motivo. Peccato che la triste realtà abbia preso subito il sopravvento: inutile pensare a prodotti potenzialmente fighi, se poi il personale al banco è impreparato a riguardo e non ha idea del significato degli ingredienti dichiarati.  Mi spiego meglio riportando la mia personale esperienza in un punto My Chef. Affollamento e calca sia in cassa sia al banco, ho pagato il cappuccino proteico indicandolo dal menu (senza sapere il prezzo visto che non era dichiarato), l’ho ordinato con fatica ad un addetto interdetto e confuso. Mi ha fatto preparare il cappuccino. Ho chiesto se fosse proprio quello proteico e me lo ha garantito più volte. L’ho assaggiato e sapeva di cappuccino normale (quindi, con lattosio), ho guardato lo scontrino e mi sono fatta venire dubbi.

Infatti, dopo una discussione, s’è scoperto che mi hanno preparato un cappuccino normale, complice anche il prezzo sullo scontrino che – io non potevo saperlo, ma il barista evidentemente sì – equivaleva ad un cappuccino classico e non a quello proteico. Dopo aver rifatto lo scontrino giusto (e stornato), il barista non aveva comunque idea di che prodotto mi avesse venduto. Grazie al cielo, alla fine, hanno chiesto a un collega preparato, che davanti a me ha usato il latte senza lattosio Milk Pro montato a parte, realizzando così il benedetto cappuccino proteico. Intanto, però, mi hanno servito una cosa che avrebbe potuto farmi male.

Al di là delle lamentele, il cappuccino proteico venduto da un brand di bar ultra commerciale mi pare emblematico di come il marketing del fit (inevitabilmente sovrapponibile alle necessità alimentari di molti) dovrebbe fare i conti con la consapevolezza di distributori e somministrazione, nonché con la reale domanda di prodotto: è palese che nessuno o quasi, prima di me, avesse ordinato un dannato cappuccino proteico.

Le proteine sono la nuova ossessione

Cappuccino a parte, il fenomeno proteine è grave. Credo si possano tranquillamente ringraziare la viralità della dieta chetogenica e dei contenuti social (Tik Tok, soprattutto) riguardanti ricette, sport e food in generale. Le proteine fanno bene e – si sa – sono componente essenziale in un’alimentazione equilibrata e che ha un calo ponderale come scopo – ma ora il trend è abusare di questo macro alimento. Gli ingredienti che nascono ricchi di proteine sono molti, ma sembra che non sia più sufficiente attingere da essi: bisogna rendere proteico ciò che non lo è (o lo è poco), e addirittura aumentare il “potere proteico” di ogni alimento che ingeriamo. Il motivo? Disinformazione, ossessione, disturbi alimentari. Almeno le aziende dovrebbero interrogarsi su questa cosa.