Può piacere o non piacere (come pare che succeda a molti addetti ai lavori), ma di momenti memorabili Masterchef Italia ce ne ha regalati diversi. D’altra parte, è anche vero che sono quindici anni che vediamo sui nostri schermi spadellare cuochi amatoriali di tutta Italia, ed è altrettanto vero che Masterchef ha fatto la storia di una certa televisione.
Il prosciutto e melone di Rachida, la sbroccata di Alida contro Iginio Massari. Oppure l’olio Gate dell’avvocato Tiziana Stefanelli (che aveva pure affrontato a muso duro Carlo Cracco, reo di aver parlato di cause perse) e i lanci di piatti di Joe Bastianich.
Insomma, se dopo quindici anni siamo ancora lì, un giovedì dopo l’altro, a scrivere le nostre pagelle (a proposito, ecco le ultime, nel caso ve le siate perse), qualche motivo c’è. Lo spettacolo, a Masterchef, è sempre dietro l’angolo, proprio tra il forno e la dispensa. E quando arriva, è tutto da godere. Eppure, nessuno dei momenti che abbiamo citato qui sopra è quello più virale della storia di Masterchef Italia.
Qual è il video più virale di Masterchef Italia
Rullo di tamburi, signore e signori. Con 15 milioni di visualizzazioni, 206mila like e oltre ventimila commenti, il video più visto della storia di Masterchef Italia risale a nove anni fa, e non è neanche un pezzo della Masterclass di allora (dove primeggiò, vale la pena ricordarlo, un giovanissimo Valerio Braschi).
Era il 2016, e in questo video – che continua a rispuntare fuori a ogni nuova edizione di Masterchef – conoscevamo il giovane aspirante concorrente Marco Giordano. Anzi, per tutto il web (e pure per lui, che sulla sua popolarità ha per un po’ giustamente marciato) Mavco Giovdano. La sua “evve” aristocratica è però soltanto uno dei motivi per cui ci ricordiamo del (disastroso) casting di Marco, in cui fu vittima di un’interrogazione culinaria a opera dei giudici. “Sai sfilettare un pesce?” gli chiede Barbieri. “Sì”, risponde pronto Marco. “Conosci la quaglia?” “Sì, la quaglia la so, ma non so sfilettarla”.
“L’ingrediente principale delle panelle siciliane?” prosegue Joe Bastianich in un incessante interrogatorio. “Melanzana”, risponde Marco, che pian piano vede svanire il suo sogno di “arrivare tra i primi venti e poi chissà”. E allora Bastianich gli va in aiuto: “l’ingrediente principale della pasta alla Norma?”, ma niente, melanzana l’avevamo già detto. L’apice arriva con le scialatielle di pollo, ma non vi voglio spoilerare troppo, nel caso in cui non siate tra i 15 milioni che hanno già visto il video casting.
Il suo piatto? degli indimenticabili gnocchetti di ricotta con vellutata di piselli e profumo di speck, che Joe Bastianich lanciò contro una parete ricavandone un rumore sonoro, certo non tipico di un impasto morbidissimo. “Ricotta fresca, piselli freschi, tutto fresco”, dice a Cannavacciuolo, in una frase diventata ormai una piccola leggenda del web. “I sapori della mia terra”, si chiamava il piatto, e peccato che quando uno pensa alla Campania (da dove viene Marco) non sia proprio lo speck la prima cosa che viene in mente.
Ma la verità è che il piatto preparato da Marco non è neanche lontanamente il motivo per cui continuiamo a rivedere quel video, che ci racconta molto del tipo di spettatori che siamo.
Perché continuiamo a vedere il casting di Marco Giordano?

Stiamo lì a ridacchiare di un ragazzo inesperto, con il suo bagaglio di scuola alberghiera e con l’ambizione (un po’ da contenere, certamente) di diventare uno chef. Un ragazzo che, nel tempo, ha ammesso di essersi sentito umiliato, e di aver subito del bullismo per quel video impietoso che noi rivediamo tanto volentieri. Siamo maligni, in fondo, ma è la tv, bellezza, che prende e tritura chiunque non sia all’altezza dei parametri che ci si aspetta di vedere. Ma è anche Masterchef, che di un certo atteggiamento di superiorità – dei giudici, ma anche di noi da casa – ha fatto una delle chiavi del suo successo.
Siamo lì – noi certamente, autori delle più perfide pagelle che riusciamo a partorire – a guardare un gruppo di aspiranti cuochi fallire spesso e volentieri, chiedendoci cosa ci vorrà mai a preparare un piatto decente. E il loro fallimento, in parte, è esattamente il motivo per cui continuiamo a guardare.
Un po’ come per quella parte di noi che, da spettatori, aspetta che il leone si pappi il domatore. L’adrenalina è quella che ci tiene incollati allo spettacolo, e poco importa se a farne le spese è qualcun altro: perché lo show ha i suoi meccanismi, e noi dal nostro divano ce li godiamo.
D’altronde è la storia più vecchia del mondo, il senso stesso della comicità: se qualcuno scivola sulla buccia di banana l’istinto è quello di ridere a crepapelle, e solo in seguito di chiedersi (e chiedere) se è tutto a posto, pure con un po’ di senso di colpa. E quando vediamo il giovane Mavco, così sicuro di farcela, che assaggia il suo piatto e lo considera “ottimo”, schiantarsi alla velocità della luce contro l’intransigenza dei giudici abbiamo lo stesso effetto: ci diverte, povero Marco, lui e i suoi gnocchetti-proiettile.
Siamo cattive persone? Possibile, a ben guardare. Ma siamo ottimi spettatori televisivi.
