Sono passati dieci anni dalla Brexit: già 10 anni? Toh, guarda come passa il tempo quando ci si diverte. In verità sono dieci anni dal voto, da quello sciagurato referendum che nel giugno 2016 portò i sudditi di sua maestà a decidere che il Regno Unito uscisse dall’Unione europea. Perché poi come ricordate, il processo effettivo di traduzione pratica di quella decisione ha richiesto anni, e fatica.
Sicuramente il mondo in generale è cambiato per effetto di quella decisione: non solo l’UK, non solo la UE, ma soprattutto i rapporti tra le due entità politiche. Però, nello specifico, qual è stato l’impatto della Brexit sul mondo del cibo e sul settore agroalimentare? Se lo è chiesto il sito Food navigator, che ha fatto il punto sulla situazione.
Difficoltà di commercio e crollo delle esportazioni

Il primo e più ovvio punto è la maggiore difficoltà nella circolazione delle merci: mentre con l’UK nel mercato unico il cibo e le bevande circolavano liberamente, ora il commercio è sottoposto a regole e restrizioni. Tutto è normato nel BTOM, il Border Target Operating Model.
Riguardo al nostro paese, più volte si è parlato nel corso di questi anni di crollo dell’export del made in Italy (anche se di mezzo c’è stato pure il COVID). Ma anche le importazoni, cioè il flusso da UK a UE, è calato del 34% negli ultimi 5 anni.
Una curiosità riguarda l’Irlanda del nord: siccome per via di un accordo precedente alla Brexit, e dovuto allo scioglimento delle secolari tensioni politiche dell’isola, il confine tra Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e l’Irlanda (nazione appartenente alla UE) è controllato in maniera meno rigida, c’era il rischio che i cibi portati in Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna filtrassero nell’Unione europea. Come si è risolto il problema? Con un’etichetta, “Not for EU”, che viene apposta sui beni non destinati all’esportazione e che godono quindi di un regime privilegiato. Alé.
Regole diverse per i novel food

Regole diverse in generale per i cibi, e in particolare per quelli che richiedono approvazioni e procedure di immissione nel mercato: parliamo dei cosiddetti novel food, categoria ampia nella quale rientrano alimenti che vanno dalla farina di insetti alla carne coltivata.
L’agenzia britannica, la FSA, è ricalcata sul corrispettivo europeo, quindi da un punto di vista sostanziale non ci sono grosse differenze. Di fatto però, siccome formalmente si tratta di enti diversi che hanno competenza su diversi territori, le aziende che presentano richiesta per l’approvazione dei novel food devono decidere a quale delle due sottoporre la richiesta, o raddoppiare le procedure. Comodissimo.
Per quanto riguarda le tecnologie applicate al food, il Regno Unito ha messo in campo regole meno restrittive, per incentivare per esempio la ricerca sulla carne coltivata: cosa che la UE non ha fatto. Dove invece le differenze si sono ridotte è rispetto alle biotecnologie: di recente la UE ha aperto alle tecniche genetiche non OGM.
Il meat sounding
Un altro ambito in cui il Regno Unito è di manica più larga è quello del meat sounding: cioè la possibilità di chiamare con nomi storicamente riservati ai prodotti di origine animale, i surrogati o gli elaborati simili ottenuti con prodotti vegetali. Insomma polpette di soia, bistecche di seitan eccetera. Nell’Unione europea è stato introdotto un rigido divieto, come se fosse possibile confondersi e mangiare per sbaglio un hamburger di verdure (orrore!), mentre nulla di simile c’è mai stato in UK. Di recente però anche questa distanza si è ridotta, e il legislatore europeo sembra voler tracciare una giusta distinzione tra i nomi delle preparazioni (salsiccia, polpetta ecc.) e i nomi dei tagli (bistecca, costina ecc.) ancora riservati alla carne.
Benessere animale

Sul benessere animale invece il Regno Unito sembra essere più rigido, cioè più avanti: da qualche anno a questa parte è stata vietata l’esportazione di animali vivi, così come la bollitura dei crostacei vivi. E stanno provando anche a bloccare le importazioni di foie gras.
Crisi del lavoro e aumento dei prezzi (in UK)
Ma i britannici hanno avuto un doppio danno dalla Brexit: da parte delle aziende, le restrizioni sulla circolazione delle persone hanno comportato una contrazione nell’offerta di lavoro, ci sono cioè meno lavoratori soprattutto nella ristorazione, il che vuol dire che la maggior parte erano stranieri (europei), tu pensa.
Lato consumatori, in conseguenza di questo e della suddetta diminuzione della circolazione delle merci, si è avuta una inflazione che ha portato in alti i prezzi dei beni di prima necessità.
Le aziende britanniche di recente hanno lamentato le conseguenze negative della Brexit sul settore agroalimentare, ma hanno anche sottolineato che tornare indietro (non nel senso di reinserire l’UK nell UE, ma nel senso di uniformare le regolamentazioni e appianare le differenze) creerebbe un disagio peggiore. E allora che dire, tenetevi la Brexit.