di Susanna Danieli 17 Luglio 2020
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Ce lo immaginiamo tondo, estivo, dolcissimo e soprattutto arancione. E invece il melone ci frega alla grande: il frutto fresco della grande famiglia Cucurbitacee (la stessa di zucche, zucchine e cetrioli per intenderci) si presenta tutto l’anno, a volte sotto mentite spoglie. Le varietà di melone sono davvero tante, e a volte si fa quasi fatica a riconoscerle: si va dai più familiari cantalupo e retato, profumati e dolcissimi, agli invernali giallo, bianco e verde, meno dolci e succosi ma molto rinfrescanti.

Le cose si complicano un po’ se prendiamo il rospo, che a prima vista sembra una zucca, o le varietà pugliesi come carosello e barattiere, più simili anche nel sapore a dei grossi cetrioli. Per non parlare infine del melone amaro, varietà asiatica usata come ortaggio.

Il Cucumis melo, nome scientifico del melone, è una pianta rampicante annua di cui andiamo ghiotti fin dall’alba della civiltà. Lo troviamo descritto in cuneiforme dai Sumeri, in aramaico nell’Antico Testamento e nel greco prolifico di Plinio il Vecchio, il Piero Angela dell’antichità. Ne parlano Galeno, luminare greco della medicina, e Apicio, il cuoco e gastronomo di Roma antica. Lo ritroviamo poi sulle tavole di VIP quali Carlo Magno, Marco Polo e Giovanni Boccaccio.

Oggi è il melone stesso a rivendicare il proprio status di celebrità: fateci caso, come sono tutti pronti, forchetta alla mano, ad accaparrarsi le fette che compaiono e in un attimo scompaiono dal vassoio.Tutto questo successo non sorprende. D’altronde, oltre ad essere molto zuccherino, il melone è ipocalorico e ricco di acqua, vitamine, fibre e sali minerali.

Le diverse varietà vengono raggruppate a seconda della stagione (meloni estivi e invernali) e del grado di maturazione. In questa categoria si distinguono i meloni raccolti a maturazione e dunque usati come frutto (gruppo cantalupensis, reticulatus e inodorus) e quelli precoci usati come ortaggio (gruppo flexuosus e momordica).

Insomma, ce n’è per tutti i gusti e oggi vi raccontiamo le 13 varietà di melone da conoscere, le tipologie più diffuse e particolari, quelle che troverete facilmente al mercato e le più rare, antiche, addirittura Presìdi Slow Food.

Melone cantalupo

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Se il melone fosse una religione, potremmo anche convertirci. Il cantalupo in un certo senso lo è, dal momento che la sua diffusione è stata resa possibile dagli scambi tra religiosi cattolici. Questa varietà estiva molto dolce e succosa prende il nome da un microscopico comune in provincia di Rieti, Cantalupo in Sabina. Qui si trovava (si trova) l’omonimo castello pontificio a suo tempo meta di missionari dall’Estremo Oriente che, oltre alla fede, evidentemente portarono con sé questo frutto sferico con superficie liscia e polpa arancione brillante. Un vero e proprio miracolo della natura, giusto per restare in tema. E delizioso a tal punto che sarebbe un peccato (biblico) non utilizzarlo per realizzare i migliori antipasti con melone, ben al di là del “solito” prosciutto.

Melone retato

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Come ogni influencer di successo, il melone retato si distingue per il suo aspetto esteriore. Di forma ovale o sferica, questa varietà presenta una caratteristica superficie fittamente reticolata. Fate attenzione al colore, le cui sfumature possono aiutare a orientarsi nella (spesso ardua) scelta del tipo migliore per ogni occasione: una buccia grigio-verde ci dice che la polpa è più succosa, perfetta per ricette dolci come la cheesecake al melone senza cottura; quando i toni virano sul giallo-verdognolo possiamo aspettarci un sapore dai toni più agrumati, che ricordano l’arancia. Guardatelo bene, dunque, ma non troppo: il retato infatti è fra le varietà che non si conservano a lungo.

Melone Viadanese IGP

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Mantova è un vero e proprio centro nevralgico per la produzione ortofrutticola di qualità. Dopo la zucca, con cui preparare i favolosi tortelli, i kiwi e la Sermide, varietà di cipolla molto dolce, i campi estivi si riempiono di meloni. Il Viadanese è una varietà a marchio Igp dalla polpa arancione compatta, buccia liscia e profumo intenso: perfetto a tutto pasto, anche con risotti di pesce e in accompagnamento a brasati e carpacci di manzo.

Melone giallo

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Anche detto melone d’inverno, il melone giallo matura tra settembre e novembre. Fa parte del gruppo inodorus ed è caratterizzato da un gusto e aroma delicato, a metà strada tra la pera bianca e il cetriolo, buccia liscia e polpa chiarissima. Un vero e proprio salva-vita della stagione fredda per quando arriva quella voglia di “esotico” che, soprattutto i fautori della sostenibilità in cucina, si sentirebbero in colpa a soddisfare con manghi o avocadi importati da chissà dove. Meno male che c’è il melone giallo, soprattutto per dare il cambio all’allappante ananas durante il pranzo di Natale.

Melone sardo

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Il sardo è un’altra varietà invernale diffusa nella zona del Campidano. L’aspetto è decisamente curioso: ha forma allungata, buccia rugosa e di colore verde maculato, così come la polpa bianca con sfumature verdastre. Non a caso, il suo nickname è piel de sapo, ovvero “pelle di rospo”. Non fatevi ingannare dalle apparenze: si tratta di una varietà dalla consistenza croccante e sapore molto zuccherino che in più si mantiene nel tempo.

Melone verde

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Gli americani lo chiamano honeydew, in italiano “melata”. E proprio l’alto grado zuccherino è ciò che distingue il melone verde, specie invernale originaria di Francia e Algeria dalla forma ovale, buccia color crema e interno verde brillante. Praticamente un dessert offerto dalla natura, il melone verde è ottimo anche in marmellata, sorbetto e pudding.

Melone purceddu di Alcamo

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Il purceddu di Alcamo è il “maialino” del Trapanese che cresce nel campo. Il nome curioso a quanto pare deriva dalla forma, un ovale a buccia verde, ma è l’interno che suscita in noi entusiasmo misto a ingordigia. Questa varietà invernale del gruppo inodorus ha polpa bianca estremamente zuccherina, buonissima nelle tradizionali granite siciliane o per dolcificare la  sangria bianca al melone, anguria e basilico. Unica nota dolente, la scarsità di questo prodotto tipico: fortunatamente la sua coltivazione è tutelata e valorizzata dal Presidio Slow Food.

Melone cartucciaru di Paceco

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Ci spostiamo di pochissimi chilometri alla volta di Paceco, un altro comune in provincia di Trapani. Il cartucciaru è una varietà antica di melone invernale dalla caratteristica forma allungata, con buccia gialla e liscia e polpa bianca e succosa. La scarsa produttività ne ha quasi determinato l’estinzione e, al pari del purceddu di Alcamo, un posto di diritto fra i prodotti a Presidio Slow Food.

Melone di Calvenzano

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Il terzo Presidio Slow Food di questo dolcissimo elenco cresce a Calvenzano, nella Bassa Bergamasca. Stavolta si tratta di una varietà estiva dalla buccia retata e dal sapore spiccatamente dolce. Un tempo il melone di Calvenzano faceva furore, ed era annoverato tra i prodotti très chic della gastronomia di fine Ottocento, tanto da figurare sulle tavole dei migliori ristoranti parigini della Belle Époque e persino in punta di forchetta dei reali d’Inghilterra. Oggi le quantità sono ridottissime anche per il consumo locale, figuriamoci per l’export: l’unica certezza, come sempre in questi casi, è l’altissima qualità. Trattatelo bene dunque, e abbinatelo al più pregiato dei salumi spagnoli per l’antipasto a base di prosciutto serrano, melone e fichi.

Meloni pugliesi: carosello e barattiere

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Nel Sud della Penisola, soprattutto in Puglia, succede che i meloni vengano scambiati per cetrioli. E come dargli torto: carosello e barattiere sono due ecotipi di Cucumis melo di cui si consuma il frutto immaturo, dall’aspetto e dal sapore molto simili al più neutro cetriolo. Entrambi vengono utilizzati prevalentemente come verdura a condire i freschi piatti tipici pugliesi. Un esempio è l’acquasala o acquasale, la “panzanella” locale a base di pane vecchio bagnato, olio e pomodoro.

Melone rospo

Sull’Arca del Gusto Slow Food è stato imbarcato un melone più unico che raro: la superficie bitorzoluta gli ha fatto guadagnare il nickname “rospo”, mentre a noi ricorda decisamente una zucca. La forma è infatti sferica, attraversata da coste profonde e schiacciata ai poli; il colore superficiale va dal verde all’arancione, e la polpa compatta ha un sapore forte tendente al piccante, decisamente poco dolce. Questa varietà antica coltivata nell’area di Reggio Emilia in effetti condivide più di un carattere sensoriale con la zucca, in particolare la mantovana poco lontana. Il consiglio è quello di considerarlo meno frutto e più verdura: eviterete sorprese poco gradite, almeno al vostro palato.

Melone serpente

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La varietà del gruppo flexuosus non poteva chiamarsi altrimenti. Il melone serpente, dalla forma lunga, liscia e flessuosa come un rettile, è conosciuto localmente con i nomi più disparati: cetrangolo siciliano, tortarello abruzzese, cetriolo armeno. A differenza del cetriolo, cui ammettiamo somiglia moltissimo, ha sapore più dolce ed è più digeribile. Nonostante ciò, in cucina viene puntualmente usato come suo sostituto: e se vi dicessimo che è ottimo da solo a fine pasto o per infondere di vitamine e freschezza l’acqua detox per depurarsi e sgonfiarsi?

Melone amaro

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Abbiamo lasciato per ultimo il melone amaro, la pecora nera (anzi, verde brillante) della specie Cucumis melo. Questa varietà asiatica appartiene al gruppo momordica e stavolta il nome non è messo lì a caso: si tratta di uno dei frutti più amari esistenti, tanto da essere comunemente usato come pianta medicinale. Le sue proprietà terapeutiche sono dovute in primo luogo al charantin, composto chimico dall’attività simile all’insulina e per questo usato nel trattamento di malattie croniche quali il diabete di tipo 2. Non solo: il melone amaro è anche molto antiossidante, antinfiammatorio e ricco di acido folico.

Se la buccia rugosa verde e gialla vi incuriosisce, aspettate di aprirlo: la polpa matura è infatti di colore rosso brillante. La peculiarità di questa specie è il suo andamento organolettico alla “Benjamin Button”: difatti più è acerbo, meno è amaro, e viceversa. Per eliminare almeno in parte il sapore amaro, è consigliabile bollirlo per pochi minuti prima di incorporarlo a ricette salate e speziate, come curry e zuppe di ispirazione indiana.