Il pinot nero della California è in crisi

La California brucia, e non per gli incendi estivi: la produzione di pinot nero è a picco, e molte aziende vanno letteralmente in fumo.

Il pinot nero della California è in crisi

La California rischia di restare a secco. No, non stiamo parlando delle coltivazioni di mandorli che succhiano tonnellate di litri di acqua, e neanche dei data center che la rendono pure inquinata. Non ci riferiamo nemmeno agli incendi incontrollati, che ormai puntualmente bruciano chilometri quadrati di terreno rendendolo arido e inospitale. No, a rimanere senza neanche una goccia stavolta è il terroir dedicato al pinot nero.

A lungo uno dei vitigni trainanti della produzione di rossi californiana, oggi il pinot nero sta attraversando un periodo di crisi. I motivi sono molteplici: prezzi troppo alti e la concorrenza con altri vini, soprattutto bianchi. Ma anche un pubblico, specialmente la fetta delle nuove generazioni, che beve sempre meno e non è disposto a pagare così tanto per farlo.

Il risultato è che molti produttori gettano la spugna. Alcuni lasciano marcire le uve in pianta, da quanto poco è conveniente mettersi a farne vino. Altri sono costretti a vendere tutto o direttamente chiudere i battenti dell’azienda vitivinicola. Fino a coloro che scelgono di estirpare filari e filari di vigna e poi bruciare tutto, in una metafora triste del business andato letteralmente in fumo.

Non è più pinot nero mania

uva-rossa

C’è stato un tempo in cui il pinot nero in California era il vino del momento. E siccome siamo nella patria di Hollywood, quel momento corrisponde a un film. Nel 2004 usciva Sideways, un indie con protagonista Paul Giamatti, scrittore in viaggio (letterale e interiore) fra i vigneti californiani. Se da una parte il film è stato deleterio per un altro vitigno internazionale, ovvero il merlot, dall’altra ha segnato l’epoca del cosiddetto pinot noir boom.

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Finita la storia d’amore degli americani con i classici vitigni bordolesi (merlot e cabernet sauvignon su tutti), iniziava dunque un french kiss con quelli tipici di Borgogna. Chardonnay da una parte, pinot nero dall’altra. Il vino decantato in tutti i sensi dal film diventava la bottiglia must da avere e degustare, e per anni ha trainato il settore dei rossi in California.

Nelle contee interessate, vale a dire Sonoma e Santa Barbara, l’enoturismo è letteralmente esploso. Solo l’anno successivo all’uscita del film le vendite erano aumentate del 16 percento, schizzando a picchi di più 70 percento nel periodo d’oro degli anni zero e dieci. Già dal 2006 il pinot nero era richiesto così tanto che i produttori hanno cominciato a non starci più dietro. E da lì sono cominciati i guai.

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Perché per far fronte alla domanda crescente molti enologi hanno cominciato a fare qualche passo falso. Coltivare il pinot noir su terroir non idonei ad esempio, e allo stesso tempo sbarazzarsi di quel merlot tanto criticato nel film. O ancora, usare blend di uve di qualità variabile, mischiando la qualunque pur di soddisfare il mercato.

Risultato? Una produzione approssimativa e raffazzonata, qualità discutibile e interesse calante del pubblico, che nel frattempo è passato ad altri trend. Su tutti quello del vino bianco, che oggi domina l’industria con vitigni anche meno conosciuti, come grüner veltliner e fiano. E chi per anni ha puntato solo sul pinot nero adesso deve correre ai ripari.

Tutto in fumo

michelin vino

Reinventarsi però non è semplice. È il grande dilemma della monocoltura, che finche va sono soldi a palate. Ma nel momento in cui arriva la siccità, la malattia o peggio il rifiuto da parte del mercato, diventa una maledizione. Anni di centrismo assoluto del pinot nero hanno portato intere aziende a puntare tutto su un vitigno soltanto, senza pensare che il suo successo potesse avere una data di scadenza.

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Dal 2021 la produzione di pinot nero ha registrato un abissale meno 30 percento. Solo l’anno scorso sono stati estirpati 38mila acri di vitigni, pari a più di 15mila ettari. Secondo la California Association of Winegrape Growers si tratta del 7 per cento di tutto il pinot nero dello stato. Una strage dunque, resa ancora più visibile dai vitigni a fuoco, ammassati come pire funerarie di un business che è letteralmente sfumato.

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Il punto è che produrre pinot nero di qualità costa troppo. E in più ci si mettono i dazi di Trump, che hanno di fatto precluso interi mercati al vino californiano. Il caso più emblematico è il Canada che, vessato dalle tariffe e minacciato addirittura di annessione forzata, ha smesso di comprare, mettendo in crisi un intero settore.

Molti produttori sono costretti a chiudere o vendere. È il caso di Arista Winery a Sonoma, azienda vinicola dagli anni Settanta che da Sideways in poi si era convertita al solo pinot nero. L’estate è passata in mano alla Jackson Family Wines, grande industria che possiede dozzine di etichette californiane. Altri si restringono, come Au Bon Climat a Santa Barbara, sperando che il ridimensionamento metta in pari gli utili.

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C’è poi chi lamenta un generale cambiamento generazionale nei consumi. Si beve di meno, e almeno in America il vino sta in fondo alla lista alcolici. Di nuovo, c’è di mezzo il gusto ma anche il prezzo: i giovani di sicuro non hanno le risorse per bere bottiglie pregiate, e non vale solo per gli Stati Uniti. In più consideriamo che siamo in California, dove la cannabis è legale e ci sono molti modi per sballarsi oltre l’alcol.

Insomma, il pinot nero non tira più come una volta. Ci vorrebbe un miracolo per risollevarne produzione e reputazione. O forse chissà, magari basta un altro film.

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