di Giorgia Cannarella 7 Aprile 2012

Chiara Ferragni e i nodi del (food) blogger che vengono al pettine.

Il 4 aprile 2012 alle 13:39 Mammasterdam commenta:
Esiste una cosa che si chiama goodwill, valore immateriale. Chi chiede una consulenza è convinto della mia professionalità, questo si paga, ciò che faccio per amore sono fatti miei. Quanto a Repubblica, e vale anche per blogger, giornalisti e pizzicagnoli: esiste una cosa che si chiama reputazione.

Il 4 aprile 2012 alle 13:19 Antonio Scuteri commenta:
Per me blogger o giornalisti pari sono: chiunque chieda soldi in cambio di un articolo (articolo, non sponsor post o publiredazionale opportunamente segnalato) è un marchettaro. Punto.

Comprato e Mangiato – Pepperidge Farm: più che biscotto al cioccolato un frisbee glicemico.

Il 5 aprile 2012 alle 18:47 Raimondo commenta:
SempreAmmaliati,RimaniamoAffascinatiPerOgniRaccontoRidancianamenteOrdito.

Segno dei tempi: ora “stronza” e “slow food” stanno nella stessa frase.

Il 3 aprile 2012 alle 16:16 Fabrizio Pagliardi commenta:
Petrini non è snob ma consapevole di cosa rappresenta. Criticabile per mille motivi, ma Slow Food ha dato valore alle cose. Pagare poco per una qualità alta non è etico, è furbetto.

Il 4 aprile 2012 alle 10:39 emidio mansi commenta:
Ben vengano 1000 piccole stronze se riescono a far perdere peso ai pochi grandi stronzi che si arricchiscono sulla nostra incapacità di acquistare.

Il 3 aprile 2012 alle 16:58 Von Clausewitz commenta:
Probabilmente la verità starà nel mezzo, more solito. Timeo Danaos et panorama legentes.

Il 4 aprile 2012 alle 09:31 Viola commenta:
Ma ancora queste polemiche sul gastrofighettismo radical chic? Il mondo cambia, la grande distribuzione sta omologando tutti e il piccolo contadino ha bisogno di farsi conoscere in qualche modo, perchè ha una dimensione che, da solo, non sarebbe sostenibile.

Il 3 aprile 2012 alle 19:49 Mauro commenta:
Slow Food fa informazione e non intermediazione economica. Io mi aspetto questo, persone che mi fanno conoscere i rischi di un certo modo di produrre cibo e le alternative, che oltre ad impattare meno sull’ambiente, mi permettono di gustare una cosa più buona.

Da 30 a 300 € con soddisfazione. Ma lo zero che divide Cibi Cotti e Don Alfonso da cosa è composto?

Il 3 aprile 2012 alle 13:21 dink commenta:
Il gastrofighetto snobberebbe la cucina di mercato per la ricercatezza della cucina pluristellata. Il gastropopulista inorridito dai prezzi proclamerebbe la superiorità della cucina tradizionale. Il buon gastronomo di Brillat-Savariniana memoria ama entrambi i posti, sapendo che la ricchezza della buona cucina risiede proprio nella diversità delle esperienze che offre.

Si proprio ‘nu casatiello.

Il 5 aprile 2012 alle 12:25 dink commenta:
Mi viene in mente Il Rock dei tamarri di Tony Tammaro: “‘Ncoppo ‘o vaporetto senza fa ‘o biglietto ce ne jammo a Ischia pe’passa”a pasquetta, ce simmo purtate ll’ova e ‘o casatiello, mamma ‘ce ha fatto ‘e sacicce cù ‘e friarelle”.