di Luca Iaccarino 16 Novembre 2018

Così è andata, anche quest’anno: l’uomo del pneumatico ha detto sì. E no.

Ma soprattutto va bene così, visto che l’edizione 2019 della Guida Michelin ha sì incoronato 29 nuove stelle e un re dei re, Mauro Uliassi –che diventa il decimo tristellato italiano– ma han fatto più notizia le seconde stelle non assegnate –Cracco e Camanini soprattutto, ma pure Baronetto per dire– che il resto.

[Guida Michelin 2019: è giusto che Parma paghi 64 mila euro per avere la presentazione?]

Tuttavia le cose notevoli non sono mancate, ed ecco qui quelle che ho intercettato io.

– Il tormentone a fine premiazione era: e Camanini? Com’è quello che tanti considerano uno dei migliori cuochi d’Italia continua ad avere una (sola) stella?

La guida se la cava con diplomazia scrivendo “Lo chef è sicuramente uno tra gli astri più brillanti –nella sua categoria– della gastronomia italiana”. Il segreto è tutto in quel malizioso “nella sua categoria”. Hai capito gli astuti ispettori. A sto punto deve sperare di passare da essere il più brillante della propria categoria al più brocco, ma di quella superiore.

– Roma città perde tre stelle (e ne guadagna una): saldo – 2, la peggior performance del paese. E allora il PD?

– Torino prende tre stelle con la miglior performance del paese (passa così da quattro a sette). Tutto grazie al movimento Sì TAVola

[Guida Michelin 2019: ristoranti, stelle e pronostici]

– Milano non pervenuta. Ma pensa te. Tutti a dire –me compreso– che è la città gastronomicamente più vivace d’Italia e poi invece perde la stella l’Armani e non succede altro. Madonnina che silenzio c’è stasera.

Uliassi ci ha raccontato che fino a stamattina non sapeva ma presagiva. E non ha dormito la notte. E lo diceva emozionato, lui che è serio, tosto, tutto d’un pezzo. Oggi è il coronamento di un lavoro di 28 anni suoi, di sua sorella Catia e dei tanti collaboratori che si porta dietro da venti. Siate critici quanto volete con Michelin, ma per chi prende tre stelle è come vincere l’Oscar.

Enrico Bartolini secondo me monta gomme Michelin vista la regolarità con cui ottiene macaron: ha veramente trovato la formula che tanti cercano invano.

[Guida Michelin 2019: la smettiamo di dire che nei Bib Gourmand si mangia con 32 euro?]

Andrea Ribaldone, Antonino Cannavacciuolo e Heinz Beck hanno il tocco di Mida, un po’ alla Bartolini: grande incetta di premi. Gente che ha capito come va il mondo. Della rossa.

Ma davvero in Italia nessun monostellato merita la seconda? I succitati, ma pure, chessò, Matias Perdomo? Immagino sia questione di tempo. Mi siedo lungo il fiume –il Naviglio, intendo– e que serà serà.

Il nordest festeggia, il centrosud anche quest’anno a bocca (quasi) asciutta: pochissime stelle, Ciccio Sultano, Gennaro Esposito, Ernesto Iaccarino ancora, sempre, inamovibilmente due. Non mancheranno di certo le polemiche.

So anticipare il mantra: gli ispettori sotto il Lazio non vanno mai. Personalmente sono tanto felice siano arrivati fino a Nino Rossi, del ristorante Quafitz, che bisogna proprio andarlo a pescare rapito come è in mezzo ai boschi calabresi.

A condurre quest’anno Petra Loreggian.

Non pensavo l’avrei mai detto (la Loreggian è brava e bella), ma m’è mancato Michael Ellis, l’ex direttore internazionale delle guide che negli anni passati faceva da anfitrione: se ad annunciare le stelle è una conduttrice professionista l’evento forse ne guadagna in fluidità ma ne perde in autorevolezza.

[Guida Michelin 2019: tutti i Bib Gourmand regione per regione]

Ma quelli di Michelin sono secchioni: sono convinto che il successore di Ellis, Gwendal Poullennec, che oggi non spiccica una parola d’italiano l’anno prossimo avrà una grammatica più corretta di Di Maio.

I premi sono simpatici e un modo per dialogare con gli sponsor, lo sappiamo tutti, ma quello che conta secondo me è quello al giovane: dunque grandi auguri a Emanuele Petrosino, la cui energia aiuta la cucina bolognese (sta ai Portici) e ce n’è tanto bisogno.

La mascotte Michelin con la quale mi sono naturalmente fatto un selfie era piccola e un po’ sgonfia. La cosa mi ha fatto particolarmente arrabbiare perché nella foto sono io il più grasso.

Il Principe Cerami di Taormina –chef Massimo Mantarro– è l’unico locale che è passato da due a una stella. Quando successe a Davide Scabin, a Carlo Cracco, a Claudio Sadler -per restare negli ultimi anni– il declassamento fece molto scalpore, oggi mi sembra passato piuttosto inosservato.

[Guida Michelin 2019: la madre di tutte le ansie s’avvicina]

Da sud, dunque, poche notizie e poco buone.

Ciò detto, auguro che le nuove stelle portino gran bene ai cuochi che ne sono stati insigniti. E ugualmente spero che tutti gli altri, quelli che non sono nella Rossa, lavorino serenamente per i propri clienti e la propria soddisfazione.

La stella è bella, ma non ci vivrei.