di Nunzia Clemente 24 Aprile 2020
Gelateria di Matteo, Torchiara

Dopo svariati tira e molla, conferme e smentite, Vincenzo De Luca e la sua task force hanno deliberato: dal 27 aprile i ristoranti della Campania potranno effettuare la consegna a domicilio, previa prenotazione telefonica (ovvero online) di piatti caldi e preparazioni fresche. Ma a conti fatti risulta quasi impossibile ripartire, seppur in modalità ridotta al delivery, per la maggior parte delle pizzerie, dei locali e delle attività di somministrazione in genere.

Un’ordinanza estremamente tardiva, giunta a due mesi dall’inizio di un lockdown nazionale, particolarmente sentito in Campania, dove fino ad ora (ovvero, fino al prossimo lunedì) i ristoranti non potevano nemmeno organizzarsi per il delivery: un suicidio economico. Insomma questa non è una vittoria, ancor più che la decisione del presidente della Regione giunge alle porte del 4 maggio, data ormai nazionalmente identificata con l’inizio della “Fase 2“, durante la quale, a scaglioni, riapriranno attività produttive e luoghi pubblici; per i ristoranti, come sapete voi lettori di Dissapore, si parla del 18 maggio.

L’Ordinanza campana che apre al delivery, in poche parole

Analizzando poi i diversi punti dell’ordinanza datata 22 aprile, ci si rende conto che è quasi inattuabile nei tempi previsti. La deduzione è che in Campania si deve essere mille volte più sicuri e stringenti rispetto alle altre zone italiane.

Sul sito della Regione Campania, si legge chiaramente:

  •  l’obbligo di utilizzare camici monouso, sovrascarpe e guanti in lattice; per chi fa le consegne, questi sono da sostituire ad ogni consegna;
  •  la sanificazione da parte di una “ditta specializzata” per la riapertura e sanificazioni più volte al giorno di tutti gli ambienti di lavoro;
  •  l’ammissione dei lavoratori avverrà previa “visita medica” che certifichi il buono stato di salute del lavoratore.

Almeno a quanto ci risulta (e potete correggerci, se sbagliamo), la Campania resta l’unica ad adoperare norme così stringenti che, di fatto, rendono anti-economica la riapertura. Per non parlare degli orari: 07-14 per bar e pasticcerie, 16.00-22-00 per la consegna di piatti pronti. Pizza compresa, che a pranzo non s’ha da mangiare.

No, non è uno scherzo.

Non sono state poche le defezioni: il dibattimento tra il riaprire ed il restar chiusi ha spaccato ulteriormente il comparto ristorativo, lo stesso era fatto promotore della richiesta di aprire al delivery. Dal canto nostro, non ci sentiamo di biasimare chi – ad ordinanza letta – ha deciso comunque di restar chiuso e di pazientare fino al 4 maggio, sperando cambi qualcosa. Pensiamo a Pasticceria Poppella, alle incertezze di Carraturo, le pizzerie di Sorbillo e Da Michele, la chiusura con annesse spiegazioni molto ragionevoli del Caffè Gambrinus, per fare qualche nome noto.

Una categoria letteralmente fagocitata dagli eventi, che ha avuto davvero poca voce in capitolo riguardo le decisioni prese, è sicuramente quella delle piccole attività di paese, non meno importanti di quelle grandi e cittadine soprattutto per quanto riguarda il rapporto col territorio e l’artigianato.

Le ragioni di Raffaele Del Verme, ad esempio

Gelateria di MatteoRaffaele Del Verme della Gelateria di Matteo di Torchiara, tra le migliori in provincia di Salerno, con un lungo post su Facebook esprime i propri dubbi e le perplessità legate alla sua categoria. Torchiara è un piccolo borgo arroccato nel Cilento interno, in Campania e che vive essenzialmente di turismo gastronomico di riflesso al turismo marittimo: con il crollo vertiginoso di quest’ultimo , è facile immaginare un conseguente abbattimento del fatturato. Si deve arginare il più possibile, se possibile… ma è davvero possibile farlo con la direttiva che andrà in vigore il 27 aprile?

Analizziamo per punti quanto detto da Raffaele ed aggiungiamo anche delle considerazioni.

1) Caro De Luca, fermo restando che ci hai concesso di fare il delivery da lunedì 27 aprile quando nel resto d’Italia non l’hanno mai sospeso, vorrei fare delle constatazioni e poi farti una domanda:
mi chiedi di fare una sanificazione in un locale chiuso da 2 mesi quando il virus,nelle migliori delle ipotesi, vive una “settimana”?; mi chiedi di tenere un registro dove annotare, 2 volte al giorno, le sanificazioni che devo fare;

Aggiungiamo: non so se ricordate, ma questa attività di sanificazione fatta da una “ditta autorizzata” (leggiamo dalla ordinanza) fu caldeggiata anche durante i giorni pre-chiusura totale. I ristoratori nella loro totalità eseguirono, salvo poi esser “vittime” della chiusura totale ed imposta. Giustissimo sanificare, per di più dopo due mesi di chiusura (cosa che va fatta sempre e comunque senza opporsi) ma i costi rientreranno poi con le attività di delivery, per come sono state essere imposte, oppure si finirà come ad inizio marzo (imposizione di sanificazione prima-chiusura poi?)

2) mi chiedi di tenere, in laboratorio, oltre a guanti e mascherina, se non sbaglio,unico in Italia anche camice monouso e sovrascarpe; mi stai chiedendo di tirare fuori soldi Extra facendo finta di dimenticare che quest’anno,se tutto va bene, farò il 30% del fatturato dello scorso anno.

Aggiungiamo: non sarebbe stato meglio pretendere dai lavoratori, così come sarebbe già dovuto essere, l’utilizzo degli abiti da lavoro (casacche, pantaloni in materiale non infiammabile, scarpe da lavoro) opportunamente igienizzati e sterilizzati ad ogni turno o anche più volte in un turno? Perché inserire del materiale inutilmente costoso, difficile da smaltire ed anche potenzialmente insicuro per chi lavora in uno spazio tutto sommato ristretto?

3) Queste sono alcune delle considerazioni ora la domanda: ma chi sono questi esperti che ti consigliano, sono mai entrati in un laboratorio di gelateria, come faccio io, sono mai entrati in una cucina o in un laboratorio di pasticceria, perché se avessero un minimo di conoscenza saprebbero come ci si muove in quegli ambienti, gli spazi e le problematiche che ci sono

Aggiungiamo: in Regione si sono avvalsi di esperti sui rischi di sicurezza sul lavoro? Dubitiamo fortemente che un qualunque esperto in rischi possa consigliare un camice monouso altamente infiammabile ad un pizzaiolo, tipo. Ricordiamo che la FIPE Campania e la Confocommercio hanno presentato un documento di linee guida molto chiaro ed attuabile: linee guida quasi totalmente ignorate, purtroppo.

4) per la riapertura ci chiederete anche una “camera di decompressione”, magari due una davanti la porta del laboratorio e una davanti la porta d’ingresso? Non ti sto chiedendo di non darmi regole ti sto chiedendo di darmele con un po’ di buonsenso pensando che probabilmente il 50% delle attività non riaprirà. Vorremmo, come tutti, lavorare in sicurezza, nostra e dei nostri clienti , ma vorremmo continuare a farlo.

Aggiungiamo: messo che si riesca a rispettare la distanza di sicurezza tra i lavoratori con mille accorgimenti (turni dilazionati, riduzione del personale), è davvero vantaggioso ripartire a queste condizioni? Di sicuro, per le attività come quella di Raffaele del Verme, no. E non solo per la sua, ma per moltissime altre attività che fino ad ora hanno impreziosito il tessuto artigianale italiano.